Baldini il macinatore

Il 7 dicembre ricorre l’anniversario della sua vittoria olimpica a Melbourne quando si tolse tutti gli avversari di ruota e raggiunse il traguardo aumentando costantemente il margine di vantaggio

Melbourne, Australia, 7 dicembre 1956. Non si tratta di giochi olimpici invernali, considerata la data, ma di Olimpiadi estive all’altro capo del mondo. Quelle invernali, fra l’altro, si svolsero in Italia, a Cortina. Quel giorno è di scena la gara ciclistica su strada. Nel medagliere olimpico, l’Italia si è già aggiudicata 7 medaglie. L’ottava, forse la più bella, anche se largamente annunciata, la porta una grande impresa di un dilettante romagnolo, a nome Ercole Baldini.

 

Un Ercole di nome e di fatto. Un siluro a pedali. Anzi, l’elettrotreno o il direttissimo di Forlì, come lo avevano soprannominato. Un dilettante che osa sfidare i professionisti e strappa il record dell’ora, nientemeno che al re del tic tac, monsieur Jacques Anquetil.

Tre anni di grandi risultati in cui Ercole farà il pieno. Nel 1958 arriva la sua massima consacrazione, con il trionfo al Giro d’Italia e al Mondiale di Reims.

 

Ma cosa accade quel 7 dicembre 1956, a Melbourne? Succede che Baldini piantò tutti alla maniera di Coppi. Ecco cosa scrive Gian Maria Dossena, inviato speciale della rosea Gazzetta: “Quando è stato il momento buono Baldini è schizzato come una freccia dal gruppo, e malgrado tutti tenessero gli occhi su di lui, è ben presto sparito all’orizzonte. Lo inseguivano i gruppetti accanitamente; si davano il cambio e lui era solo sotto il solleone, nell’arsura implacabile di una compagnia senza un filo d’erba; c’era anche del vento a tratti contrario, ma Baldini ha fatto davvero, secondo l’espressione di Proietti, un boccone solo di tutti (avversari e avversità) e ha mandato in visibilio il clan italiano a Melbourne.

Moltissimi atleti azzurri erano venuti a Braodmeadows (il percorso si snodava alla periferia di Melbourne, 17 Km e 500 da percorrersi 11 volte) e non sappiamo descrivervi la loro esultanza, il loro crescente gaudio nell’ultima ora di corsa, quando Baldini fuggiva a pieni pedali e l’altoparlante annunciava che il suo vantaggio andava progressivamente aumentando”.

 

I tecnici stranieri lo paragonavano ai grandi assi dello stadio: lo chiamavano il “Kuts del ciclismo”, il “Morrow della strada”. Ma i nostri, gli italiani, lo paragonavano a Coppi, al Coppi delle fughe solitarie, al Coppi delle più grandi giornate, al Coppi che partiva favorito e che puntualmente staccava tutti dalla ruota e si presentava solo sotto lo striscione.

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