Yashin, il solo degno del Pallone d’oro

Cinquant’anni fa, giusto in questi giorni, veniva designato calciatore dell’anno il portiere della Dinamo Mosca e della Nazionale sovietica, meglio noto come il “ragno nero”. Solo Zoff e Buffon (secondi nel 1973 e nel 2006) sono stati a un passo dal grande riconoscimento

Nel 1963, l’anno della morte di Giovanni XXII e John Fitzgerald Kennedy, del disastro del Vajont, di “I have a dream” di Martin Luther King e del primo disco dei Beatles, il calcio festeggiava il trionfo di Lev Yashin, il più forte portiere della storia. Una vita alla Dinamo Mosca e mai nessuno capace di emularlo come abiiità e prontezza di riflessi. E pensare che per punizione ad inizio carriera fu mandato a giocare ad hockey su ghiaccio per aver preso un gol da fondo campo.

Cinquant’anni fa, dal punto di vista calcistico, avvenne una sorta di miracolo: il Pallone d’oro, prestigioso premio assegnato annualmente da “France Football”, non venne assegnato all’attaccante di turno e nemmeno a un difensore o a un centrocampista. Lo vinse un portiere, Lev Yashin.

Da quel dicembre 1963 a oggi si sono susseguiti 36 vincitori (24 attaccanti, 9 centrocampisti, 3 difensori), e mai nessun altro numero 1. Due volte si classificarono secondi due portieri a noi ben noti, Dino Zoff (nel 1973, ma quell’anno stravinse Johan Crujiff) e Gianluigi Buffon (2006, lo vinse con ampio margine Fabio Cannavaro). Si presume insomma che il primato di Yashin possa durare ancora a lungo.

A vent’anni Yashin entra nella squadra del Ministero degli Interni dell’Unione Sovietica, la Dinamo Mosca, dopo un passato da operaio durante la guerra. Lascerà quei colori solo nel 1971, dopo 326 partite e quasi cento calci di rigore neutralizzati. Chiedere a Sandro Mazzola che in Nazionale se ne vide parare uno il 10 novembre 1963 durante gli Europei

Con la maglia biancoblu della Dinamo vinse 5 titoli nazionali e tre coppe nazionali, ma è in Nazionale che diede il meglio di sé, rendendo l’Unione Sovietica, tra il 1956 e il 1966, una delle formazioni più temibili, sebbene non avesse assi in campo. Salvo il portiere. Lui appunto.

Nel 1956, grazie alle sue parate, la Selezione sovietica vinse l’oro olimpico a Melbourne e Yashin subì due reti in 5 incontri (uno venne ripetuto). Due anni dopo i russi parteciparono al loro primo Mondiale, dove furono eliminati nei quarti dalla Svezia padrona di casa.

Ma è tra il 1960 ed il 1966 che nacque il mito del “Ragno nero”: nel 1960 l’URSS vinse la prima edizione degli Europei di calcio che si tennero in Francia, subendo solo due reti, di cui una nella finale contro la Jugoslavia, che già aveva battuto nella finale di Melbourne. Nel 1962 nuova eliminazione nei quarti del Mondiale ancora ad opera dei padroni di casa, il Cile. Nell’occasione Yashin subì un infortunio che lo constrinse a giocare quella partita con una benda ad un occhio in stile piratesco.

Il 1963 è l’anno della sua consacrazione: in campionato incassò solo 6 reti e garantì la qualificazione agli Europei del ’64 in Spagna. Il destino oppose i sovietici all’Italia.  A Mosca vinsero i russi per 2 a 0, mentre il ritorno si giocò a Roma. Passarono in vantaggio i russi. L’Italia al 60′ ottenne un calcio di rigore. Sul dischetto, come detto, si diresse Mazzola che si vide parare il rigore dal “Ragno nero”.  Mazzola dirà che Yashin lo aveva ipnotizzato e, quando partì la sua rincorsa, gli sembrò che avesse mani ovunque, pronte a parare ogni angolo della porta, diventata piccola nel frattempo.

A inizio dicembre, meritatamente, gli fu assegnato il Pallone d’oro. Ottenne 73 punti, staccando di diciassette punti Gianni Rivera e di 22 Jimmy Greaves del Tottenham. A corollario di una stagione strepitosa venne convocato per il “Resto del Mondo” nella partita celebrativa del centenario della Football Association. Sebbene in campo solo nel primo tempo, compì una serie di parate e anche a Wembley non mancarono gli applausi. E pensare che dopo il Mondiale cileno voleva ritirarsi.

Nel 1964 arrivò ancora in finale all’Europeo contro la Spagna padrona di casa, e subì la regola delle mura amiche: vinsero le “furie rosse”. Ai Mondiali inglesi del 1966 l’Unione Sovietica fu quarta, miglior piazzamento della sua storia. Non giocò da titolare il Mondiale messicano e l’anno successivo lasciò il calcio. La FIFA gli dedicò un’amichevole internazionale allo stadio di Mosca, dove oltre 100mila persone lo applaudirono al termine della partita.

La sua vita lontana dai campi di gioco fu però sfortunata: emarginato dal mondo del calcio, nel 1985 gli fu amputata una gamba a causa di una tromboflebite, ma accompagnò la Nazionale olimpica a Seul ’88 dove vinse il secondo oro olimpico della sua storia. Poi si ammalò di tumore. Morì il 20 marzo 1990, pochi mesi prima dell’inizio del Mondiale italiano, alla quale la sua Nazionale avrebbe preso parte per l’ultima volta nella sua storia.

Post mortem gli furono dedicati titoli ed onorificenze che solo i Grandi si sono meritati, tra cui l’intitolazione del premio dato al migliore portiere di un Campionato mondiale. E’ stato nominato anche miglior calciatore sovietico della storia, nonché miglior portiere del Novecento. E pensare che nel 1950 giocò la sua prima volta da titolare in amichevole prendendo gol direttamente dal rinvio del portiere avversario e fu mandato a difendere i pali della squadra di hockey ghiaccio. Debuttò  in prima squadra nel 1954 solo grazie all’infortunio del titolare.

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