Quel maledetto monte calvo

Tommy Simpson, inglese di Dancaster, risulta una delle primissime vittime del doping. Era nato il 30 novembre 1937. Oggi avrebbe compiuto 76 anni. E invece se è andato ventinovenne, nel pieno del suo vigore, con un palmarès invidiabile, sulle pendici del Ventoux

Un atleta che sprizzava simpatia da tutti i pori, Tommy Simpson. Ricordiamo le fotografie che lo ritraevano con in testa un cilindro e il bastone da baronetto, titolo che gli aveva riconosciuto la regina Elisabetta dopo la sua sorprendente vittoria alla Milano-Sanremo del 1964. La stagione successiva, fu, per Tommy, la più esaltante. A Lasarte, in terra spagnola, il campione inglese sorprese il tedesco Rudy Altig nel finale e andò a indossare la maglia iridata di campione del mondo. E al Giro di Lombardia realizzò una fantastica doppietta in maglia arcobaleno, staccando il nostro ragazzo prodigio, Gianni Motta.

Purtroppo quel ragazzo spensierato e sempre sorridente rimase vittima di un cocktail mortale, nella tredicesima tappa del Tour de France, che portava i corridori a Carpentras, lungo le pendici del terribile Mont Ventoux. Era il 13 luglio 1967, vigilia della festa nazionale francese, un giorno di fuoco e di morte per lo sfortunato Tommy e per l’intera carovana della corsa gialla.

Il caldo feroce, la fatica e le anfetamine sono le cause della tragica fine del ciclista inglese, che stramazza a terra una prima volta, reagisce, qualcuno lo aiuta a risalire in sella e poi di nuovo si accascia, stroncato da un collasso. Inutile sarà l’intervento del medico del Tour. Ogni volta che la Grande Boucle affronta il monte calvo i giornalisti al seguito non fanno altro che parlare di quella tragedia. E di quel corridore. Un suo compagno di squadra, Hoban, sposò poi la vedova di Simpson.

Tornando a quel Tour, ricordo che avevo appena 14 anni e una passione enorme. La vittoria di Gimondi al Giro mi aveva segnato. Tutti aspettavamo Felice in maglia gialla e invece ci lasciò l’amaro in bocca. Forse non era nelle migliori condizioni fisiche, patì qualche crisi e il solito francese, a nome Roger Pingeon, soprannominato Pin-Pin, gli fece le scarpe, vincendo quella edizione del Tour. Il migliore dei nostri risultò il piemontese Franco Balmamion, terzo assoluto.

Gimondi dovette accontentarsi del 7° posto ma a noi ragazzini rimasero sempre impresse nella mente le immagini di un ciclista che indossava una maglia bianconera, un atleta che ciondola, zigzaga, rovina a terra, si rialza, cade nuovamente e chiude gli occhi per sempre.

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