Ottolina, sprinter burlone

Oggi è il compleanno di un ottimo duecentista vissuto a cavallo di due epoche, tra Berruti e Mennea. Un soggetto scanzonato, memorabile per gli scherzi in cui rivaleggiava con Edy Ottoz

Uno come c va raccontato a chi non c’era perché rappresenta un soggetto atipico in un mondo che della seriosità faceva una bandiera. Uno fuori dal coro, ben assecondato da Edy Ottoz che gli ostacoli li trovava solo in pista. Nella vita mai.

 

Carattere scanzonato, sempre un po’ guascone, Ottolina ha considerato la vita (e l’atletica leggera, che frequentava con successo) un bel gioco. E la libertà un valore insopprimibile, da difendere ad ogni costo.

 

Venuto al mondo a Lentate sul Seveso il 23 novembre del 1942 Ottolina compie oggi 71 anni, e li porta con disinvoltura.

 

Lo ricordo al Giro d’Italia del 1973, non come ciclista – ha sempre e solo amato correre, anzi volare a piedi, sui 100 e 200 metri piani – ma in sella a una moto dell’organizzazione. Lui alla guida, alle sue spalle il cosiddetto lavagnista, munito di gessetto bianco e lavagna di discrete dimensioni sulla quale annotava il distacco del fuggitivo o del gruppetto di testa rispetto al gruppo. Quante volte Merckx, che quell’anno ha stravinto il suo quarto Giro, se l’è visto di fianco…

 

Ottolina si era già preso non poche soddisfazioni a cavallo di due epoche, nel periodo tra Berruti e Mennea. Troppo giovane per contrastare il primo, costretto a lasciare quando all’orizzonte compariva il secondo. Quando Livio trionfa nei 200 metri all’Olimpiade di Roma, Ottolina ha appena 17 anni ed è riserva azzurra, quando esplode l’atleta di Barletta (così lo chiamava Paolo Rosi) non è più in grado di scendere in pista. Per colpa della moto, sua grande passione, una brutta caduta gli costa un calcagno e tre vertebre fratturate.

 

Carriera piena la sua, da riepilogare con questi semplici dati: primatista europeo sui 200 metri, due volte campione italiano sui 100 e sui 200, agli inizi degli anni ’60. Il primato europeo lo ottiene il 21 giugno 1964, a Saarbrucken: 20”4 sui 200, un decimo meno del primato detenuto da Berruti.

 

Alle Olimpiadi di Tokyo (1964) lo troviamo nella finale dei 200. Alla curva emerge per primo ma nel rettilineo finale lo risucchiano tutti gli avversari. Ottavo, ma Berruti – parole sue – “era un’altra cosa, un fenomeno”. In staffetta farà meglio, settimo, con Berruti, Preatoni e Giannattasio. Un gran bel quartetto. Nuovamente in finale nella staffetta 4 X 100 a Città del Messico, sembra di rivedere lo stesso film di quattro anni prima. Identico il risultato.

 

L’incidente in moto, alla vigilia dei Giochi di Monaco (1972) chiude la sua carriera di sprinter, ma non la sua voglia di divertirsi a competere. Si rimette abbastanza in sesto e nel’76 lo ritroviamo nell’equipaggio del bob a 4, a Cortina, terzo assoluto agli italiani.

 

Si potrebbe scrivere un libro sugli scherzi che Ottolina ha fatto al suo amico-nemico Livio Berruti. Alla soglia dei 71 anni scuote la testa. “Quando correvo io c’era più libertà. Le idee circolavano e i sogni avevano buone probabilità di uscirne soddisfatti. Adesso vedo tanta gente scontenta, senza ideali, senza allegria. A me bastava andare a pesca ed ero felice”.

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