Ghisallo, il Museo non deve morire

Da oggi e sino a fine marzo la creatura voluta da Fiorenzo Magni rimarrà chiusa al pubblico, come già in passato, ma si teme che non abbia futuro per i debiti che si sono accumulati in pochi anni

© giroforghisallo.gazzetta.it

Soffrono, in tutto il mondo, i musei che non si rinnovano di continuo, con intelligenti trasformismi. Semplici custodi della memoria, di un passato da preservare, dimenticano il presente – la multimedialità, immagini parole e suoni – e soprattutto non coltivano il loro trasferirsi altrove, grazie a mostre, a rassegne che portano in luoghi lontani, oltre confine, le meraviglie che ospitano. Soffrono, i musei confinati, senza prospettive di modernità, e soprattutto rischiano la chiusura, anche se sono recentissimi come il Museo del Ciclismo, inaugurato nel 2006 a Magreglio, nel Comasco, in cima alla salita storica del Giro di Lombardia, il Ghisallo, a un passo dalla Madonna venerata dai ciclisti che è chiamata a proteggere. Trenta metri, non di più, dividono le due costruzioni, entrambe figlie della devozione. La prima pullula di ex-voto, maglie e bici donate dai campioni, il secondo ospita la più grande collezione di maglie rosa al mondo (52, un paio in lista d’attesa, grazie a un intelligente progetto Gazzetta, “Giro for Ghisallo”), oltre a cimeli ciclistici importantissimi, bici storiche e celebri, accessori, giornali, libri, riviste.

Il Museo si deve alla volontà di Fiorenzo Magni, ben spalleggiato da Candido Cannavò, storico (per longevità) direttore della Gazzetta. Negli ultimi vent’anni della loro vita ne hanno perorato la causa, convincendo la Regione Lombardia, la Cariplo, la Provincia di Como, il Comune di Magreglio, la stessa Gazzetta, ad accollarsi i 4 milioni di euro del costo dell’impianto. A colmarlo di preziosità hanno provveduto i privati, semplici appassionati, campioni ed ex-campioni. Con gesti di liberalità.

Ora la situazione economica del Museo del Ghisallo è precipitata perché, nonostante le larghe contribuzioni di Magni e della sua famiglia (mezzo milione di euro in questi anni per tamponare il passivo), gli oneri con le banche ne pregiudicano l’esistenza. Chi sa riferisce che i ricavi dei biglietti, in larga parte provenienti da frequentatori stranieri, oltre a piccole iniziative e donazioni, ammontano a centomila euro l’anno mentre le spese, con il carico angosciante degli oneri finanziari, sono esattamente il triplo. L’anno in corso prevede un deficit vicino ai 200mila euro, destinato a crescere se non ci sono giuste contrarie. Negli scorsi mesi ci sono state difficoltà a pagare persino gli stipendi dei pochi dipendenti, da tempo ridotti per contenere le spese. Domenica 3 novembre il Museo chiude per i prossimi cinque mesi (un non senso che dura da almeno quattro anni, nel tentativo di contenere i costi) ma si teme che il 1° aprile 2014 i battenti non riapriranno.

Fine di un sogno, a un anno e poco più dalla morte di Fiorenzo Magni? Non è detto. C’è chi, in Regione Lombardia, si è mosso per perorare la salvaguardia del Museo. Il consigliere regionale Fabio Pizzul (cognome che ricorda Bruno, il papà), proprio ieri si è mosso con un’interrogazione ad Antonio Rossi, assessore regionale allo Sport, affinché la Giunta offra il supporto economico necessario alla continuità del Museo, i cui debiti, riferiscono i bene informati, procedono spediti verso i 900 mila euro.

Le note dolenti ci sono, gli errori e le omissioni pure. Su designazione dello stesso Fiorenzo Magni, il continuatore del Museo avrebbe dovuto essere Angelo Zomegnan, ben noto artefice del Giro d’Italia per sei anni (dal 2006 al 2011), già vicedirettore della Gazzetta dello Sport, di recente edificatore e grande capo del Mondiale di Toscana con base a Firenze  Zomegnan ha assunto, a suo dire, il ruolo di traghettatore del Museo verso l’equilibrio dei conti, per poi passare la mano. Come a dire un presidente pro tempore della Fondazione del Museo, l’organo che lo sovrintende, con il compito di risanare la situazione, una specie di Enrico Bondi provvidenziale commissario straordinario di Parmalat. Animato delle migliori intenzioni, forte delle sue brillanti idee, Zomegan ha proposto in Consiglio, a inizio 2013, un piano con ben 50 iniziative per l’anno in corso, a partire da una Gran Fondo del Ghisallo in grado di dare una sistemata ai conti, con un robusto innesto di liquidità. E poi investitori e sponsor, joint ventures di ogni tipo.

Peccato che nulla o quasi sia accaduto, tanto che di recente tre consiglieri hanno dato le dimissioni. Riassumiamo le evidenze: non senza difficoltà, Rcs Sport ha portato alcuni cimeli a Dubai, nell’ambito dell’evento di lancio del prossimo Dubai Tour. Ma Zomegnan nella vicenda non entra, avviene prima. Le  apparizioni con stand si limitano alla Bit di Milano e a Firenze in occasione dei Mondiali. Della presenza in Qatar di alcuni pezzi provenienti dal Museo si è solo sentito parlare, nulla di fatto. La “notte al Museo” con i ragazzini delle scuole è stata un episodio singolo voluto dalle insegnanti coinvolte. Soprattutto non c’è stata traccia della Gran Fondo anche se Zomegnan, malaugurato, l’ha strombazzata con dei tweet sin dall’Epifania. Era in programma il 5 ottobre. Abbiamo conservato il primo messaggio, perché bene augurante. Diceva -260 alla Gran Fondo. Settimane dopo di giorni ne mancavano 205. Poi l’oblio con gente che chiedeva quando e perché. E magari come.

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