Albertosi, Messico e nuvole (di fumo)

Chi non ricorda il Mondiale messicano, quello del ‘70, della memorabile semifinale contro la Germania, finita 4-3 dopo i supplementari quando parecchi rischiarono le coronarie? Quell’Italia la Nazionale di Riva, Mazzola e Rivera (staffettisti loro malgrado), aveva in porta, titolare inamovibile, Enrico (Ricky) Albertosi. Un numero 1 tutto genio e sregolatezza.

Originario di Pontremoli, in Lunigiana, venuto al mondo nella ricorrenza dei defunti (2 novembre 1939), proprio lui che pareva argento vivo, esordisce in prima squadra nella Pontremolese a 15 anni sostituendo il portiere Gregoratto chiamato a imbarcarsi come marinaio. Lo cercano subito due squadre, Inter e Spezia, fa un provino per entrambe. Lo Spezia propone ai suoi un contratto e il padre, maestro elementare, lo firma subito, convinto che il figlio possa abbinare studio e calcio. In fondo La Spezia non dista molto da Pontremoli.

Per un anno Albertosi si sveglia alle 5.30, alle 6 prende il treno dei pendolari, in un paio d’ore raggiunge la sua destinazione. Scuola al mattino, poi il pranzo e allenamento di pomeriggio. Alle 18 di nuovo in treno, alle 20 è a casa. Ma i sacrifici gli pesano e mollla il colpo. Ciao ai libri, viene l’ora del calcio a tempo pieno.

A 19 anni lo vuole la Fiorentina, lo ingaggia. Dopo pochi mesi debutta in A, il 18 gennaio 1959. Tra Roma e Fiorentina nessun gol con lui tra i pali, para tutto. Grandi elogi, ma è gloria effimera. Ha davanti un portiere-monumento come Giuliano Sarti che soltanto nel 1963 se ne andrà all’Inter lasciandogli la titolarità nel ruolo.

Cinque anni più tardi Albertosi passa al mitico Cagliari di Gigi Riva e del “filosofo” Manlio Scopigno, con cui vincerà lo scudetto nel’70, l’anno del Mondiale messicano. Nel campionato “degli splendori sardi”, mai più ripetuto, subisce soltanto 11 gol, il minor numero di reti al passivo in un torneo a 16 squadre. A Cagliari resterà per quattro stagioni prima di approdare al Milan dove incasella la terza Coppa Italia e il secondo scudetto (1979).

Lui e Riva erano accomunati dalla passione smodata per le sigarette, tanto che Scopigno, entrando un giorno nella stanza satura di fumo dove stavano giocando a carte, chiese senza scomporsi: “Do noia se fumo?”.

Il nome di Albertosi è purtroppo legato alla vicenda-scandalo del calcio scommesse che gli costerà 2 anni di squalifica. Ma aveva da tempo sceso la china. Lo vedevano sempre di più a San Siro (trotto) piuttosto che allo stadio omonimo o a Milanello, dove un giorno Massimo Giacomini, allenatore di quel Milan, sotto Natale lo bloccò chiedendogli di aprire il bagagliaio della macchina. Conteneva non meno di quindici panettoni. Albertosi si giustificò dicendo: “i miei compagni non li volevano, li ho ritirati io”.

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