Peccato, non giocano più

Nell’età che va dagli 8 ai 12 anni, il segmento preso in esame dalle indagini più attuali, la maggioranza dei bambini pratica lo sport esclusivamente per vincere, dimenticandosi il puro divertimento

Dagli 8 ai 12 anni, il segmento valutato dalle indagini, la gran parte dei bambini, maschi o femmine non fa differenza, si è dimenticata cosa significa giocare e pratica lo sport esclusivamente per vincere: “A quell’età è una motivazione poco sana – chiarisce Marisa Muzio, valente psicologa dello sport – di cui sono spesso responsabili i genitori che spingono i figli a dimenticare il gioco, il divertimento puro. Ne professionalizzano anzitempo gli atteggiamenti, facendone dei campioni anche se a quell’età possono semplicemente essere considerati dei soggetti promettenti”.

I genitori, è noto, spesso “proiettano sui figli le loro frustrazioni e una serie di aspettative decisamente sovrabbondanti, caricando i giovanissimi di ansie”. Richiesti di spiegare il loro comportamento, non pochi adulti rispondono che “i figli sono dei fenomeni, dei campioni, e come tali vanno trattati”. E dato che gli allenatori entrano in gioco dopo i 12 anni in quasi tutti gli sport (fa eccezione la ginnastica artistica) qualcuno di loro si improvvisa trainer o coach, senza avere alcuna competenza. E fa danni.

Non per caso Marisa Muzio e Sandro Gamba hanno mutuato dalle esperienze statunitensi la Parent’s School, la scuola dei genitori, soprattutto per salvare i giovanissimi dalle ingerenze inopportune di chi li dovrebbe educare e perde la testa, smarrendo il senso comune. Il training utile va fatto ai genitori, non ai figli che avrebbero tutti i diritti di ribellarsi alle ingerenze, talvolta alle angherie.

Il peggio, è accertato, sono i tennisti in erba – categoria che include anche chi gioca sulla terra battuta – , sotto i 10 anni, il cui impegno è spasmodico: non sorridono mai, si allenano sino a 16 ore per settimana e poi sfogano nel week end le aspettative non loro, alimentate da chi, mamma o papà non fa differenza, “stravede per loro”, scambiandoli per quello che non possono essere.

Insomma, non c’è pace per i piccoli che si muovono (e questo è bene, a fronte dei sedentari confinati troppo a lungo davanti alla tv o alla playstation) ma che avrebbero diritto a rimanere bambini. Alcuni di loro hanno confessato che la scelta dell’attività motoria non è loro tanto che in alcuni casi sono arrivati a “odiare lo sport voluto da mamma e papà”.

Il calcio è in testa a molti parossismi anche perché, se in Italia ci sono non meno di 50 milioni di commissari tecnici in grado di gestire la Nazionale, non è inferiore il numero di genitori che credono di sapere di tattica e di tecnica di gioco.

Gioco, questa è la parola chiave, con una palla. Il calcio come il basket, il volley, lo stesso tennis (con palla ridotta nelle dimensioni, non a caso pallina) o il baseball (anch’essa piccola e pericolosa, quando ti colpisce). Gioco anche nel caso del badminton, gestito con un piumino o volano, gioco con una palla ovale (rugby e football americano). Comunque gioco. Non ancora sport, per quello c’è tempo. Anche perché per i più bravi diventa ben presto un lavoro, più o meno retribuito.

 

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