Icone sociali, loro malgrado

I campioni dello sport sono spesso modelli per i giovani, ma alcuni non ci stanno per sopravvivere in pace (Louganis o Thomas) o perché non gli va giù (Balotelli)

A Greg Louganis capita spesso il siparietto della cicatrice. Quando parla con ammiratori o persone comuni che lo incontrano, appassionati di nuoto, tuffi o semplici sportivi, c’è chi chiede sempre la stessa cosa: “Ma è ancora lì? Non ci credo. Posso toccarla per favore?”. L’atleta americano, con educazione e fermezza, risponde spesso che per lui è una scocciatura doverla esibire ogni volta come un cimelio storico e preferisce non farlo. Sì perché la cicatrice che il più famoso tuffatore della storia si procurò nel 1988, durante i XXIV Giochi Olimpici di Seul, fu il simbolo di un epoca o meglio, lo diventò anni dopo. Durante le fasi eliminatorie nei tuffi dal trampolino di 3 metri Greg toccò con la nuca la tavola, il suo sangue si riversò in piscina. Era sieropositivo, ma nessuno ne era al corrente, a parte lui e il suo medico.

Louganis farà “outing” solo nel 1995 annunciando al mondo la sua omosessualità e la malattia che gli avevano diagnosticato pochi mesi prima dei Giochi Olimpici di Seul – lo fece durante una trasmissione di Ophrah Winfrey, una donna con uno strano ascendente su chi deve dichiarare qualcosa di sensazionale. Disse che non avrebbe potuto farlo prima dei Giochi perché non lo avrebbero ammesso, fu una cautela per sopravvivere come atleta.

In seguito alle sue dichiarazioni venne abbandonato dalla maggior parte degli sponsor (ad eccezione di Speedo, bisogna dirlo) ma assurse a simbolo della lotta contro il male del XX° secolo, l’Aids. Oggi, dopo 25 anni, Louganis è ancora un simbolo di coraggio, anche se a Greg il ruolo non è mai andato a genio. Ha sopportato le discriminazioni derivanti dall’omosessualità e dalla sieropositività, ma non il tratto da special one. Lo testimonia nel best seller pubblicato nel 1996, “Breaking the surface“, un grido di rabbia e liberazione in cui si  sfoga raccontando la propria storia in prima persona, libero dal giogo dei riflettori. Il giorno in cui si tagliò la nuca toccando il limitare del trampolino fu lo stesso in cui vinse l’oro olimpico.

Gareth Thomas: “I don’t want to be known as a gay rugby player. I am a rugby player, first and foremost I am a man”. Non voglio essere conosciuto ai più come atleta gay. Sono un rugbista: come prima cosa, davanti a tutto, io sono un uomo. La dichiarazione del centro gallese di stazza suina, 100 caps in nazionale, compare in una intervista al Daily Mail, poco dopo il suo coming out. Gareth si sposa nel 2001 con Jenna Thomas, conosciuta ai tempi del liceo: due figli, tre aborti spontanei. Un anno dopo l’outing, Thomas si ritira. Dice di essere contento della carriera, che i fatti relativi alla sua vita privata non hanno interferito.

Eppure, come era capitato a Louganis, il bisogno di far conoscere al mondo un elemento personale è divenuto fondamentale: “Se aver reso pubblico il mio orientamento sessuale può aiutare chi si troverà nella mia stessa situazione in futuro? Questo non lo so, però spero che accada”. Ed ecco che un semplice gesto, chiamiamolo pure filantropico, diventa simbolico. E l’atleta, un’icona. Un uomo sposato, un virile Golia da 1,90m per 103 kg, un padre di famiglia, uno che spinge corpi nel fango, ora si sa che è gay. E sembra importante che il mondo del rugby ne sia consapevole. Ma le azioni di una persona non fanno di questa un simbolo, soprattutto se il soggetto in questione non ha la minima intenzione di diventarlo.

Mario Balotelli: “Questo lo dite voi! Io vengo perché il calcio e bello e tutti devono giocarlo dove vogliono e poi c’è la partita!!!!” Così SuperMario via Twitter riferendosi a un titolo in prima pagina della Gazzetta dello Sport che lo definiva “Simbolo Anticamorra“.

Balotelli è un simbolo anticamorra. Balotelli è un simbolo di integrazione razziale. Balotelli è un simbolo di tolleranza e multietnicità, quella caratteristica che la popolazione italica fatica a fare propria. Un momento: Balotelli è un calciatore. Balotelli è un fuoriclasse (non ancora un campione, lo deve dimostrare). Balotelli è nero. Balotelli è sfrontato e sicuro di sè. Di sicuro è una star, potrebbe barcamenarsi bene tra il Sunset Boulevard e la 5a Avenue.

Il ragazzo fa parlare di se perché da fermo calcia a circa 110 km allora, segna gol belli e pesanti, tira i rigori a modo suo e fa (quasi) sempre gol. Lo conosciamo anche perché calpesta gli avversari in campo e minaccia di morte l’arbitro, litiga con l’allenatore, spara con pistole ad aria compressa in piazza della Repubblica, a Milano, mentre sfreccia sulla sua Ferrari.

Non è proprio un simbolo dell’anticrimine, è un nero dell’Africa profonda che parla bresciano, ma questo non sembra significargli molto. Fa vendere trentemila copie in più al quotidiano quando si soffia il naso col mancino.

Balotelli è un tipo umano, non è un simbolo. E non è nemmeno un soggetto molto accondiscendente, uno disponibile a essere untile alla comunità. Quando Il ministro per l’integrazione Cécile Kyenge ha fatto visita al ritiro azzurro qualche mese fa e ha ricevuto i giocatori a colloquio, Balotelli stava dormendo in stanza.

Questi tre sono esempi del rifiuto, un comportamento molto più verosimile di quanto si possa immaginare. E poi ci sono quelli – e sono molti di più – della consapevolezza, di chi accetta la responsabilità di essere un’icona: i Jesse Owens, i Magic Johnson, i Marco Pantani, i Simone Farina. Ma questi hanno deciso, si sono calati nella parte, hanno fatto loro un concetto che con la professione ha nulla da spartire. Hanno messo la loro fama e il loro successo al servizio di ideali più alti della vittoria. Ma chi ha detto che è giusto che lo facciano tutti quelli che hanno una visibilità atipica nel mondo dei media? Nessuno, questo è certo. Hanno la possibilità di farlo, non il dovere.

 

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