Quei due angeli caduti in volo

Il “diavolo nella bottiglia” accomuna e flagella i protagonisti del salto in alto sovietico: il siberiano Valery Brumel, re del ventrale e il cosacco Vladimir Yashchenko, che non volle arrendersi al fosbury

Anche se in netto ritardo per il 50° anniversario del volo umano di Valery Brumel (2,28 a Mosca il 21 luglio 1963), credo che in qualche modo bellezza e grandezza di quell’impresa possano esser riproposte esumando il repertorio “Ali spezzate”, accomunando il destino del siberiano a quello del cosacco Vladimir Yashchenko. L’uno fu maestro sublime dello stile ventrale sino a trasformarlo in arte, l’altro ingaggiò una lotta contro il fosburysmo dilagante ottenendo una vittoria che si sarebbe rivelata solo parziale. Valery morì a 60 anni, Yashchenko a 40, entrambi trovarono il diavolo nella bottiglia e, troppo divini, non ebbero il favore degli dei. Non è vero nulla ma fa sempre un certo effetto: mitizza e titanizza gli eroi dello sport.

C’è un’immagine che più di ogni altra rappresenta e tramanda che Brumel e la meraviglia del suo stile (il nobilisse ventrale direttamente derivato dalla classicità del Lewden) seppero regalare per un tempo troppo breve: è una vecchia foto bianco e nero, scattata in una palestra di Mosca: Valery, dopo essersi diretto verso il tabellone, sta assestando un calcio al nastro del canestro, posto qualche centimetro più in alto dei tre metri. Fu un anticipatore, il simbolo di uno sport (sovietico) opposto in una sfida senza fine a quello americano negli anni più ispidi della Guerra Fredda, della crisi di Cuba, della corsa allo spazio, della minaccia nucleare: tre dei suoi sei record mondiali vennero nel corso di incontri tra Urss e Usa che assumevano altro aspetto e significato di un match di atletica.

Il fato gli concesse poco tempo e lui seppe sfruttarlo soprattutto nelle due annate perfette, il ’62 e il ’63, lungo le quali scavò tra sé e il mondo un fossato profondo, definitivo nelle misure, totale nell’interpretazione di un gesto che ebbe in lui il Lord, il signore, il teorico, l’applicatore, l’agonista.

Il ruolo di giustiziere dei saltatori americani era cominciato già a Roma quando, diciottenne, aveva conquistato la medaglia d’argento, alle spalle del magro e baffuto georgiano Robert Shavlakadze, davanti a John Thomas, il lungo ragazzo del Sud che i critici americani vedevano come il naturale destinatario dell’oro.

Valery era originario di una sperduta località siberiana, Tolbuchino, erede di una famiglia baltica là trasferitasi quando prese il via la campagna staliniana della colonizzazione delle terre vergini e, con essa, la promessa di stipendi più alti. Lì Valery era nato, in piena guerra patriottica, e alla rodina (la patria) diede la sua raffica di record mondiali e un magistero che nessuno ha incrinato a parte Volodja Yashchenko, cosacco di Crimea, ultimo interprete del ventrale, rapito da un male oscuro pescato nella limpida vodka.

Anche Volodja sarebbe andato a offrire la sua bellezza e quella della sua azione in casa degli americani, scavalcando 2,33 a Richmond, preludio dell’indimenticabile serata milanese del marzo ’78 quando ascese a 2,35.

Valutando il dato anagrafico di Valery, l’oro di Tokyo poteva rappresentare l’inizio di una serie memorabile, da spingere sino al ’72. E invece la sua era si avviava già verso la notte. Lo schianto arrivò la sera del 4 ottobre 1965, su una di quelle enormi prospektive moscovite, umida di una pioggia che l’oscurità stava trasformando in patina ghiacciata. La moto era guidata da Tamara Golikova, campionessa delle due ruote, Valery era sul sellino del passeggero. Tamara ne uscì indenne, Valery no.

Quando lo portarono in ospedale e frugarono nelle sue tasche, alla ricerca dei documenti, il medico di servizio venne scosso da una sferzata gelida: quello era Brumel e il piede destro, quello di stacco, era attaccato alla gamba da filamenti di pelle. Un’operazione dopo l’altra (venti), un tormentato cammino della speranza, un graduale abbandono da parte di tutti, anche della moglie: ”Cosa facevi in moto con Tamara?”. Solo un piccolo raggio di sole: “Non arrenderti. Spero di vederti saltare ancora”, gli scrive il gentile John Thomas, sempre battuto mai invelenito.

“Un dolore che mi torturava”, lascerà scritto mentre prova a rientrare e con quel piede rimesso assieme salta 2,06. Dal momento del volo sull’asfalto sono passati quattro anni e le ali sono tarpate come quelle di un uccello che qualcun ha deciso di non far più volare. Nel frattempo gli americani avevano lanciato il loro ’68, affidandosi a uno strambo personaggio, all’iconoclasta Dick Fosbury, che dava le spalle all’asticella in un gesto da gambero.

 

Valery guardò in televisione e capì che qualcosa di nuovo era iniziato. Negli anni che lo divisero da una morte prematura, calatagli addosso a 60 anni, poche notizie. Una annunciava che il suo dramma “Secondo tentativo” era rimasto in scena cinque anni al teatro Sladovski. Unico in tutto, persino nella sua dolente autocelebrazione. Di Volodja si seppe ancor meno, sino a quando giunse la notizia della sua morte. Ali spezzate non è solo un’etichetta di comodo.

 

di Giorgio Cimbrico

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