Manuele, un Cavaliere tosto

C’è chi, amputato agli avambracci, pratica il triathlon con i normodotati (e se ne lascia parecchi alle spalle) e si sente esattamente come loro. Con il nuoto che ne esalta le qualità

Poco più di un anno fa due miei amici hanno esordito nel triathlon nella gara di Lecco. Io ero in quinta batteria, loro nella prima e nella seconda, quindi sveglia presto e tutti a vedere Andrea e Fabio, perché era un’occasione di quelle da festeggiare.

Credo fossimo alla prima batteria, quella di Andrea, e poco dopo la ripartenza per l’ultima frazione, con mia moglie notiamo un’insolita attenzione in zona cambio, con parecchie persone che si avvicinano a osservare un atleta.

Ci avviciniamo e notiamo un ragazzo che si sta infilando le scarpe tenendo un lungo calzascarpe in bocca: non ha entrambi gli avambracci, ma stringe i denti e in pochi secondi è pronto per partire.

Ricordo che il mio primo pensiero è stato: ma con tutti gli sport che ci sono, perché proprio il triathlon?! Perché uno sport dove il nuoto conta tantissimo e in cui i cambi possono fare la differenza?!

Sinceramente il fatto che a fine gara avesse battuto più di 150 normodotati non era una risposta soddisfacente. Ero curioso di dare risposte a quei  perché, così ho deciso di cercarlo per sottoporgli questa e altre domande in un’intervista.

Ci è voluto quasi un anno. L’ho incontrato all’arrivo della gara ITU di Cremona, un po’ incazzato, forse non soddisfatto per il risultato, ho pensato io in quel momento.

Ci siamo visti pochi giorni dopo.

Scopro che Manuele Cavaliere ha avuto un incidente sul lavoro a 18 anni, nel 1999. Quattro anni dopo inizia a nuotare per riabilitazione: non ha mai fatto sport in vita sua, se non qualche calcio al pallone con gli amici del quartiere. In meno di un anno il nuoto diventa la sua passione, tanto da portarlo a segnare 4 record italiani.

Qualcuno potrebbe dire che nel 2004 c’erano pochi disabili che nuotavano e quindi i record erano ancora tutti da scrivere. Vero forse, ma basta guardare il record ancora oggi in suo possesso sui 200 misti: 3’24”, fatto a Berlino in vasca lunga nel 2006.

Ci sono triathleti che i 200 misti non sanno neanche cosa siano.

Chiacchieriamo parecchio, e la frase che mi colpisce di più è una cosa tipo: “Io non voglio essere e non credo di essere un eroe! Sono solo un ragazzo senza mani. Mi sento una persona normale. Forse gli eroi sono quei padri di famiglia che lavorano fino alle otto di sera e trovano il tempo per giocare con i loro figli dopo cena, magari dopo essersi alzati alle cinque del mattino per allenarsi e migliorare i propri tempi di anno in anno”

Aggiungo io che forse sono ancora più eroiche quelle mogli che ci supportano e ci assecondano. ;)

In realtà quel giorno era incazzato perché non ama le gare per disabili, soprattutto quando a confrontarsi sono pochi atleti: un conto è gareggiare in un Mondiale o in un Olimpiade, un altro è la gara “promozionale” per far vedere che esiste il paratriathlon anche in Italia.

Mi piace questa mentalità. Mi piace il suo desiderio di correre con i normodotati e confrontarsi con loro. Mi piace il suo sentirsi normale, perché in realtà lui è normale.

Forse siamo noi che quando lo guardiamo ci vediamo qualcosa di diverso, e quindi siamo noi che dovremmo essere in grado di cambiare la nostra mentalità. Semplice, a dirsi.

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