Silvio Piola, il primatista

Domenica 29 settembre ricorre il centenario della nascita di un calciatore capace di ogni impresa, tuttora detentore di un record difficilmente superabile, che però non ha mai vinto uno scudetto

A livello sociale, nel 1913 fu consentito di votare a tutti i cittadini italiani di sesso maschile che avessero compiuto almeno 30 anni mentre, a livello calcistico, la Pro Vercelli vinceva il suo quinto scudetto. A Robbio, un piccolo paese immerso nelle risaie pavesi, il 29 settembre di quell’anno nasceva Silvio Piola considerato da molti il calciatore italiano più forte di tutti i tempi. Una leggenda del nostro calcio poiché, in oltre ventiquattro anni di onorata carriera, con le casacche di Pro Vercelli, Lazio, Torino, Juventus e Novara, Piola ha realizzato 274 reti nella massima serie, un primato che dura dal 7 febbraio 1954 e che difficilmente sarà superato, almeno a breve. Chi lo insegue è Francesco Totti, lontano una cinquantina di gol.

Il campione pavese è ancora il capocannoniere storico in serie A della mitica “Pro” (51 reti), delle aquile romane (143) e dei biancoblù piemontesi, con 70 gol. Ha perduto solo il primato del gol più “vecchio”, strappatogli il 19 maggio 2007 da Alessandro Costacurta (Milan) su rugore. Costacurta andò in gol a 41 anni e 25 giorni mentre Piola segnò l’ultimo gol a 40 anni 4 mesi e 9 giorni.

Anche il record della convocazione in “azzurro” non è più di Piola, nettamente distanziato da Dino Zoff il 29 maggio 1983: 41 anni 2 mesi e 29 giorni aveva il portiere friulano mentre il bomber pavese chiuse il suo ciclo in azzurro a 39 anni 7 mesi e 20 giorni. Va detto che i portieri hanno sempre o quasi longevità maggiore degli attaccanti. Tutti questi primati celano un solo, enorme rimpianto: non aver mai vinto lo scudetto, che Piola ha sfiorato tre volte con il secondo posto in campionato.

In Nazionale, nessun dubbio, Silvio Piola ha dato il meglio di sé, portando gli azzurri di Vittorio Pozzo alla vittoria nel Campionato del Mondo di calcio di Francia ’38. Segnò cinque reti in quattro partite, tra cui la doppietta in finale contro l’Ungheria. Non a caso figura al terzo posto tra i marcatori azzurri di sempre con 30 reti (dietro a Riva e Meazza) avendo giocato soltanto 34 partite in azzurro, come a dire un altro record: la media gol di 0.88 reti a partita.

Piola si è sempre dichiarato un vercellese verace, perché, oltre a legarsi sentimentalmente alla città piemontese, con le bianche casacche ha debuttato in serie A a 16 anni e l’anno successivo, da titolare, realizzò ben 13 gol: un predestinato, anche se i quadri societari sapevano bene che in riva al Sesia Piola non sarebbe rimasto a lungo. L’avvento del professionismo impose la sua cessione e la fine del mito Pro Vercelli alla sua ultima stagione nella massima serie.

Nell’estate 1934 fu ceduto alla Lazio del presidente Gualdi grazie alle pressioni del regime. Il direttore amministrativo del PNF, Giovanni Marinelli, e il Presidente della FIGC, Giorgio Vaccaro, vollero a tutti i costi l’attaccante alla corte di mister Walter Alt per vincere il titolo e lo acquistarono per 300mila lire, cifra esorbitante per l’epoca, vista anche la giovane età del calciatore.

L’acquisto di Piola rientrava nel progetto della dirigenza biancoceleste di vincere il primo scudetto, trofeo riservato fino ad allora solo alle squadre del Nord, tra cui i “bicciolani” piemontesi. La scelta coincise con il periodo di leva militare di Piola e non fu difficile recapitarlo alla squadra più vicina (al regime).

In quella stagione alla corte di Alt arrivarono anche Felice Levratto, Attilio Ferraris e “Gipo” Viani, tutti giocatori già affermati. Piola giocò nella Lazio per nove stagioni, con le sole soddisfazioni della a classifica dei marcatori con 21 reti nelle stagioni 1936/1937 e 1942/1943.

In Nazionale fu convocato per la prima volta il 24 marzo 1935 (una doppietta per cominciare) e il 19 giugno 1938 alzò al cielo la Coppa Rimet. Con la guerra entrata nel vivo Piola decise di tornare al Nord: nel 1943 fu acquistato dal Torino e l’anno successivo passò alla Juventus, realizzando sotto la Mole 53 reti. Nell’agosto 1947 Piola scese di categoria, in serie B, alla corte dell’ambizioso presidente del Novara Delfino Francescoli che lo volle ad ogni costi per acarezzare un sogno. La Juventus lo cedette senza indugio e sotto la Cupola di san Gaudenzio il trentaquattrenne Silvio Piola trovò una “seconda vita”, giocandovi ben sette stagioni, realizzando 86 reti in campionato e portando i novaresi in A nel 1948.

Anche nelle file di una “provinciale” non perse il senso del gol. Il suo traguardo era il gol numero 300, realizzato su rigore il 7 febbraio 1952. Fu festa grande.

Chiusa la carriera nel 1954, dopo l’esperienza come allenatore a Cagliari in B e a Piacenza, nel 1957 Piola entrò in Federazione come talent scout e allenatore dei giovani, ruolo che ricoprirà fino al 1976 quando andò in pensione, uscendo dal mondo del calcio in punta di piedi, com’era nel suo stile. Affetto dal morbo di Alzheimer, morì il 3 ottobre 1996.

Le amministrazioni comunali di Vercelli e Novara, città e tifoserie calcistiche storicamente nemiche, sono riuscite ad unirsi nel suo ricordo, intitolando i due stadi al loro bomber principe. Nel 2011 la Federcalcio decise di inserirlo nella “Hall of fame del calcio italiano” in ricordo proprio delle sue gesta e di ciò che ha lasciato al nostro calcio.

Cosa rimane di Piola oggi nell’anniversario del centenario? Sicuramente una figura che dovrebbe essere studiata nelle scuole calcio e nelle scuole di ogni ordine e grado come esempio di rettitudine e devozione al gioco, un leader e un capitano da ammirare, a cui portare rispetto: tra i compagni di squadra c’era chi non riuscì mai a dargli del “tu”. Tecnicamente si ricordano le tante rovesciate e il talento a tutto campo. Ottimo direttore sportivo e consigliere tecnico, riusciva a convincere anche i giocatori a cambiare squadra e seguirlo, grazie al suo carisma. Fuori dal campo era schivo ma gentile, volenteroso e corretto. Si conta una sola sua espulsione. Un campione lontano da ciò che noi pensiamo sia un calciatore 2.0: non è mai stato raffigurato sulle figurine Panini, idolo in bianco e nero dei nostri nostri nonni che oggi magari lo … twitterebbero.

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