La tv guasta anche il rugby

Con gli odierni mezzi tecnici un capolavoro come la meta di Gareth Edwards in Barbarians-All Blacks del gennaio 1973 sarebbe stata annullata per un leggero “avanti” non rilevato, uccidendo il mito

Il punto di partenza è il capolavoro del rugby (più che la Gioconda, il ritratto di Cecilia Gallerani perché la bella signora milanese, amante di Ludovico il Moro, ha un… ovale perfetto), la meta, da scrivere tutto maiuscolo, di Gareth Edwards. Il luogo è Cardiff, la data è il 27 gennaio 1973, la partita è Barbarians-All Blacks, la ripresa è in obbligato biancoenero, con una grafica che oggi pare risalire al codice di Hammurabi o all’epopea di Gilgamesh scritta su tavolette. Non su tablet.

Con quello che oggi chiamano il mezzo tecnico, che divora come Kronos faceva con i figli, il capolavoro si sarebbe volatilizzato e la cornice sarebbe vuota perché il passaggio di Quinnell – mentre Edwards più che arrivare si materializza e Cliff Morgan, al microfono, rischia la vita per sincope da gioia perfetta – è in avanti e oggi uno dei collaboratori con bandiera avrebbe richiamato l’attenzione dell’arbitro via auricolare e questi, a sua volta usando la stessa modalità, avrebbe chiesto lumi al Tmo, l’arbitro che tiene la posizione davanti al video. Dopo attento esame, meta non accordata.

Raccontato così, può apparire come uno di quei libri o di quei film dove Hitler ha vinto la guerra e la domenica a Trafalgar Square cantano l’Horst Wessel e pestano i piedi al passo dell’oca. Solo che sta diventando realtà e una prova è arrivata il 14 settembre (Nuova Zelanda-Sudafrica) quando una partita che poteva essere memorabile è diventata molto normale e molto scontata dopo un paio di occhiate a questa compagna così fidata, così spietata. Perché giocare in 14 contro 15 non è come giocare 10 contro 11 e gli Springboks l’hanno provato sulle loro pellacce.
Il problema è la capacità invasiva.

Quando il rugby ha deciso di introdurre l’esame tv per stabilire la meta/non meta, noi, piccolo popolo di Ovalia, avevamo finalmente i titoli per sbeffeggiare quelli del calcio, il cui pontefice, il colonnello dell’esercito svizzero Josep “Sepp” Blatter, si ostinava a respingere ogni supporto tecnologico. “Noi sempre nella luce, voi sempre nel paese delle ombre”, era il refrain della serenata per fischietto e moviola in presa diretta, non affidata, in tempi dilatati e non nell’immediatezza, ad ex-arbitri o ad allenatori giubilati.

In pochi anni, con l’affermarsi del professionismo, con un aumento vertiginoso dell’attività (e del ritmo di gioco e della stazza lorda di giocatori), con interessi vasti, con un mercato dei diritti televisivi in espansione (l’elenco, ovviamente, potrebbe continuare), la tendenza è quella di accantonare il vecchio repertorio, di mettere in prosa la chanson de geste, di annacquare la birra e il whisky, di lasciar poco spazio alla storia, alla gloria e a tutti quegli episodi che hanno contribuito a costruirle. Sempre più tutto algido, tutto perfetto, come nel football americano. Che, infatti, novanta su cento, è una menata pazzesca.

Il rugby, ma non solo il rugby, ha vissuto un’età dell’innocenza in cui l’errore, il dubbio, la tessera mancante spesso hanno costituito le pietre angolari o hanno reso il mosaico ancora più affascinante, come tutto il non finito che invita a qualsiasi visione possibile.

Arrivò o non arrivò in meta Bobbie Deans in quel giorno di fango vischioso che frenò l’accorrere dell’arbitro? O fu un gallese a tirare indietro il giovane neozelandese che, con quella segnatura, avrebbe creato una leggenda di invincibilità che solo più tardi altri All Blacks avrebbero conquistato? Il dilemma animò anni e cene di gala finite in acceso dibattito, straziò Deans sul letto di morte, provocò tardive confessioni.  In una parola, creò il mito.

Oggi basta una formuletta (“C’è una ragione per cui non debba accordare la meta?”), è sufficiente il bip in un auricolare per cancellare un meraviglioso nascosto dietro l’angolo, vicino e irraggiungibile.

di Giorgio Cimbrico

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