Owens, un fantasma simpaticissimo

Vi proponiamo un’intervista esclusiva in cui James Cleveland Owens racconta il Giorno dei Giorni, quando in Michigan fu capace di stabilire in 45 minuti ben quattro nuovi primati del mondo

Il Giorno dei Giorni è cerchiato sul calendario del 1935. La parola a un gentile fantasma: “Provi Bolt a fare quello che ho fatto io, quattro record del mondo in quarantacinque minuti”, dice dall’aldilà James Cleveland Owens, conosciuto come Jesse. Ma senza vetriolo: lui era un bravo giovane, un brav’uomo e non arrivò a essere un buon vecchio: il cancro se lo porto via prima di compiere 67 anni. Occhi dolci e un incisivo spezzato.

Il fantasma racconta: “So che sulle mie condizioni fisiche esistono due versioni. La prima: una settimana prima mi ero fatto male alla schiena cadendo dalle scale. La seconda: avevo giocato una partitina di football tra amici e mi ero infortunato. Sono passati molti anni e anch’io ho ricordi confusi. Di una cosa sono certo: facevo fatica a muovermi e Larry Snyder, il mio allenatore, mi disse: Jesse, forse è meglio lasciar perdere. Solo che non me la sentivo di privare la Ohio State del mio aiuto e così andammo”. Andarono ad Ann Arbor, Michigan, Ferry Field – sullo sfondo uno di quei serbatoi dell’acqua che si vedono nei film western – che quell’anno ospitava le finali delle Big Ten, lo scontro tra le dieci maggiori università del Centroest degli Usa: i britannici si accontentano di Oxford-Cambridge, gli americani fanno le cose in grande.

Sabato 24, prove di qualificazione. “Jesse, vacci piano”. E Jesse va piano, il giusto per tornare in pista il giorno dopo e portare una buona dote a chi l’ha gratificato con una borsa di studio.

“L’indomani mi sveglio con la schiena quasi bloccata. Ehi, dico a un amico, dammi una mano per mettermi la tuta. Poi, al campo. Prima gara, le 100 yards: scavo le buchette e provo a mettermi in posizione di partenza. Accidenti, penso: allo sparo rischio di rimanere qui come un baccalà. E invece quando lo starter spara, vado via come al solito, rilassato, fluido”.

Felino, si diceva di lui. Jesse non lo sa ma sta scendendo la grazia. All’arrivo due cronometri dicono 9”4, uno 9”3. Gli danno 9”4, come il sudafricano Danis Joubert nel ’33, come Owens in tre altre occasioni che non produssero la documentazione necessaria per richiedere che il record fosse omologato.

“Larry mi grida: come va? Bene, dico io, dolore sparito. E vado verso la pedana del lungo. Mentre vado, penso: tra meno di mezz’ora devo correre le 220 yards, qui ci sono venti concorrenti, la gara andrà avanti due ore. Ok, un salto e via”. E prima di prepararsi si concede un vezzo, un azzardo: va verso la buca e piazza un pezzetto di carta, fissato da un sassolino, a 7,98, il record mondiale del giapponese Chuhei Nambu.”Quando atterrai nella sabbia, capii di esser andato lungo: il foglietto lo avevo alle spalle e i compagni gridavano: ehi, uomo, l’hai fatta grossa”.

Jesse, 8,13, il primo uomo oltre il muro degli 8 metri. Il record avrebbe tenuto per 25 anni, due mesi e 18 giorni, sino all’8,21 di Ralph Boston, firmato poco prima delle Olimpiadi di Roma.

Jesse è a metà dell’opera: alle 15,45 va alla partenza delle 220 yards, 201 metrie 17, da correre senza curva, su un rettilineo che non finisce mai: tempo di sapore moderno, 20”3 e record (ritoccato di tre decimi: era di Ralph Metcalfe) che vale sia sulla distanza imperiale che su quella metrica. Bis un quarto d’ora dopo: stesso terreno, stessa distanza, ma questa inframmezzata da dieci ostacoli: 22”6 e questa volta il progresso è di quattro decimi.

Il Giorno dei Giorni finisce nell’entusiasmo dei 10.000 del Ferry Field. Di lì a quindici mesi, all’Olympiastadion di Berlino, Owens avrebbe concesso la Settimana delle Settimane. Heil Jesse.

di Giorgio Cimbrico

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