Claudio Foscarini, l’anomalia

Da nove stagioni conduce il Cittadella in serie B per la gioia dei suoi tifosi pur avendo soltanto sfiorato una volta la promozione nella massima serie. Una storia esemplare la sua, anche se unica

In questo calcio sempre più mediatico, con bandiere presenti solo sugli spalti e non in mezzo al campo, condito da partite che si giocano quasi tutti i giorni con giocatori che vivono di tweet e che per non farsi intervistare indossano le cuffione appena scesi dai pullman, si fa largo un personaggio che non parla mai (se non interpellato) e produce tanti fatti: Claudio Foscarini, solitaria bandiera non mediatica dei nostri campi.

Per chi non lo sapesse, Foscarini allena il Cittadella, squadra della provincia padovana che milita in serie B ed è alla sua nona panchina consecutiva allo stadio Tombolato. Un record di questi tempi. Trevigiano, classe 1958, un passato da discreto centrocampista protagonista al massimo in serie B, Foscarini è un uomo tutto d’un pezzo, serio e di poche parole, figlio del Nord-Est.

Ha un grosso pregio (calcistico): lavora e non parla. Allena e oltre a essere il mister è anche lo psicologo dei suoi. Ogni stagione, anche se con mezzi ridotti, la squadra si salva e mostra bel calcio.

Foscarini inizia nel 1991 dalle giovanili della seconda squadra di Bergamo, la mitica Virescit, allena successivamente compagini dilettantistiche locali, fino alla chiamata, nell’estate 1997, dell’Alzano, sempre in zona. che nel 1998/99 con lui sale in serie B. Una specie di miracolo sportivo, frutto della bravura dell’allenatore delle giovanili promosso alla guida della prima squadra.

Con i bianconeri bergamaschi conquista anche una coppa Italia di C e nel 1998 la “Panchina d’argento”, il premio assegnato ogni anno al miglior tecnico della serie cadetta. Ad Alzano purtroppo conosce anche l’onta dell’esonero, dopo quattro anni fantastici. L’Alzano Virescit poco dopo avergli dato il benservito si rifonda, cambia nome e milita in serie D. Non una grande idea disfarsi di Foscarini.

Il grande passo per il tecnico di Riese Pio X risale al 2003: lo chiamano a guidare le giovanili del Cittadella, società di B nata solo trent’anni prima. Una piazza tranquilla per far buon calcio, con interessanti prospettive per il futuro, come il ritorno in serie cadetta.

In appena due anni Foscarini viene scelto per allenare la prima squadra, che milita nella vecchia C1, non ancora Lega Pro Prima divisione. Riporta gli amaranto in B, con il Padova in serie C. Che smacco per una città di 250mila abitanti che quindici anni prima vedeva i biancorossi nella massima serie a fronte di una città di neanche 20mila. Ma questo è il calcio.

Il vero miracolo il “Citta” lo compirà nella stagione 2009/2010, quando si piazza al sesto posto finale. In base al regolamento della serie cadetta, quell’anno arrivarono terzo il Brescia e quarto il Sassuolo. Fra le due squadre c’era un margine non superiore ai dieci punti sotto il quale si dovevano disputare i playoff: si fecero tra le squadre classificatesi dal terzo al sesto posto. Il Cittadella fece i playoff per giocarsi la serie A.

Quello fu il punto più alto dei granata padovani e dello stesso Claudio Foscarini, che nel frattempo aveva plasmato la squadra intorno al forte e promettente attaccante Matteo Ardemagni (chiuse la regular season con 22 gol). Il destino fu infausto, volle che il Brescia e il “Citta” vinsero fuori casa le due partite, ma i ragazzi di Inchini andarono in finale, poiché si piazzarono meglio nella stagione regolare. Foscarini era consapevole di aver fatto del suo meglio per la soddisfazione dei tifosi. E a loro andava bene ugualmente.

Foscarini e gli attaccanti, si diceva: negli ultimi anni dal Cittadella sono passati giocatori come Riccardo Meggiorini, lo stesso Matteo Ardemagni e Federico Piovaccari, che, dopo le belle stagioni al “Tombolato”, sono anche arrivati a calcare il palcoscenico della serie A e della Champion’s League. Del resto con il suo 4-4-2, non potevano che emergere solo bomber di razza. Proprio lo schema tecnico usato da Foscarini lo fa paragonare, con le dovute proporzioni, a un mostro sacro delle panchine. Lo chiamano il “Ferguson italiano”, non a caso è uno degli allenatori meno espulsi.

Compongono il puzzle della squadra patron Antonio Gabrielli, industriale siderurgico, che non è Zamparini, e il direttore sportivo Stefano Marchetti con le sue scelte oculate, proposte a un ambiente rilassato in una città che ha fatto delle mura medievali il suo vanto. Un ambiente che può solo produrre valori e belle cose, in campo e fuori.

Il miracolo Cittadella ha raggiunto l’apice il 18 agosto scorso, quando Foscarini ha portato i veneti a giocarsi la qualificazione al quarto turno di Coppa Italia al “Meazza” contro l’Inter. Al seguito oltre dieci pullman provenienti dal Veneto per l’evento dell’anno (e della storia recente) del team padovano, che per loro forse valeva come la semifinale playoff di tre anni prima. Foscarini al cospetto di Mazzarri, Foscarini al cospetto per la sesta volta di una squadra di serie A. Peccato che il “Citta” abbia perso malamente 4 a 0. Ma tant’è. Al mister, alla squadra e ai tifosi importava poco la coppa nazionale, in quanto conta solo il campionato.

In un calcio frenetico come quello che stiamo vivendo dove i giovani italiani fanno fatica ad emergere per colpa di incauti acquisti di stranieri dalle capacità balistiche scarse, Foscarini sa bene di essere un’anomalia in un mondo che brucia in fretta chi sbaglia e non concede quasi mai una seconda chance. Malauguratamente.

Leggi anche:

L’eclettico Miani
La parte variabile è anche il “nero”?
Diavoli rossi, incredibili
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   
Commenta: