L’inglese con moderazione, please

“Non perdete il monday night”. Che è la partita che giocano il lunedì sera. In italiano c’è tutto, ma è meglio far finta di niente, ricorrere alla nuova lingua franca. Una volta, questo misto di provenzale, genovese, spagnolo e greco lo parlavano quelli che correvano le mediterranee onde vedendo di evitare i barbareschi. Piratesca, appunto, la nuova lingua ha invaso la nostra vita e molto del nostro sport quotidiano. Sarebbe bello scovare un Elias Canetti che salvasse il salvabile. Difficile.

“I talent ci vengono a costare parecchio”. I talent sono gli esperti, gli ex-giocatori, gli ex-arbitri, gli opinionisti (non è una parola bellissima, ma pazienza) che si sistemano su scranni e tribune e dicono la loro. Di solito, prima dell’impegno, specie se serale, consumano un lunch o un light lunch. Che è uno spuntino. Anche una volta si usava una parola straniera: toast.

“E’ una squadra confidente”. In italiano il confidente è quello che va a fare la spia alla polizia. Fiduciosa, ricca di aspettative, ambiziosa: ma questo repertorio ormai fa schifo a tutti. E così è meglio essere ancora più subdoli: usare una parola inglese traducendola alla meno peggio in un apparente italiano. Nella stessa categoria: “E’ una squadra performante”. Ma anche: “Un canale dedicato”. Dedicato a cosa? Una volta dicevamo speciale, specializzato.

Come cantava una volta Ornella Vanoni, è uno di quei giorni in cui ti viene la malinconia. Capita quando nei titoli compaiono le app, gli account, i link e, sempre per rimanere nella musica di pregio, è il caso di citare anche Mick Jagger: che seccatura diventare vecchi. In realtà, che orgoglio diventare vecchi se non si cede un palmo. Never surrender, lo diceva anche Winston Spencer Churchill, ma lui sì che parlava un inglese perfetto. Un po’ nasale, ma perfetto.

“E’ stata una buona race, hanno gareggiato nella prima run, si è concluso il round robin, era un knock out match. E ora passiamo agli highlights”.

Gara, prova, girone eliminatorio, partita decisiva, sintesi sono diventati termini vergognosi, da evitare, come per le malattie più imbarazzanti, come per i vizi più spregevoli.

Nella categoria è finito anche applauso, applauso a scena aperta, spontaneo, entusiasta. Ora si dice, si deve dire, standing ovation. E il triplice fischio (un po’ retorico, d’accordo) è stato sostituto da game over che quando eravamo ragazzi significava che il flipper ci aveva mangiato le ennesime 50 lire. Fuck off.

Una considerazione che porto dentro da tempo: andrebbe tutto benissimo se l’Italia fosse la Norvegia dove anche quello impegnato in umili lavori stradali sa parlare inglese meglio di me e di molti altri, specie quelli che dicono cool, easy, etc. Ma da noi sapete bene come va: se uno straniero richiede un’informazione, anche la più semplice, l’italiano di turno, quello che parla con il telefonino e come un telefonino, inizierà ad agitare le braccia e le mani, a sparacchiare verbi all’infinito, a usare, in versione nazionale, quello che Rudyard Kipling chiamava, con un certo snobismo, il pidgin inglese, quello imparato alla meno peggio dai sudditi d’oltremare di Victoria, regina e imperatrice quando il mondo era molto colorato in rosa carico.

Est modus in rebus, dicevano i nostri padri latini che sapevano trasformare ogni banale affermazione in un motto solido e valido per i secoli a venire. Perso il modus e accantonate le rebus, non resta che ascoltare quel che ronza attorno, aspettando di esser finalmente graziati e di poter udire il Sound of Silence per il quale non ringrazieremo mai abbastanza Simon e Garfunkel. Ogni tanto un po’ di inglese ci vuole.

di Giorgio Cimbrico

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