Owens, peccato non esserci

Non tanto a Berlino 1936, di cui ci sono le testimonianze filmate, quanto in Michigan, l’anno prima, quando frantumò ben quattro primati del mondo in soli 45 minuti, durante un meeting nazionale. Era nato cento anni fa, giusto il 13 settembre, in Alabama

Jesse Owens

Jesse Owens

È a tutti noto per i quattro ori olimpici (100, 200, staffetta 4×100 e salto in lungo) vinti a Berlino, Olimpiade del 1936, quando divenne leggendario per lo smacco inflitto a Hitler, sbigottito e terreo per le performance consecutive di un “negro” che, senza alcun astio, ridicolizzava i migliori esponenti della razza ariana. Oltretutto Jesse Owens ebbe i complimenti da Luz Long, il tedesco che finì alle sue spalle nel salto in lungo dopo avergli spiegato le insidie di quella pedana.

La scena è immortalata nel film “Olympia” della regista Leni Riefenstahl e le causò le reprimende di Goebbels, che non intendeva ragione. Fosse stato per i nazisti quel film, peraltro elogiativo del regime, non avrebbe contenuto un solo fotogramma del “negro”.

Owens in realtà aveva dato già il meglio di sé l’anno prima, il 25 agosto 1935 a Ann Arbor, Michigan, quando riscrisse a modo suo quattro primati del mondo, frantumandoli. Il tutto in soli 45 minuti di orologio, giusto per non perdere tempo. Aveva soltanto 21 anni e non doveva dimostrarsi bravo, gli piaceva correre svelto e saltare molto lontano. Era un talento naturale.

Nel primo pomeriggio, alle 15.5 cominciò con le 100 yarde piane (9”4), poi alle 15.25  fece 8.13 nel lungo, alle 15.33 ancora record del mondo nelle 220 yarde piane (20”3) e alle 16.00 nelle 220 yarde sugli ostacoli bassi (22”6).

Poi quel giorno smise di gareggiare perché il dolore alla schiena era diventato insopportabile. Quella mattina era caduto sulle scale e pensava che non avrebbe portato a termine alcuna gara.

Quell’incidente segnò in ogni caso la sua carriera, che s’interruppe a soli 25 anni, quando dovette limitare le sue apparizioni in pista a lucrose esibizioni.

Quel giorno in Michigan scrissero di un lampo d’ebano. Hitler e i suoi non se ne avvidero, altrimenti avrebbero trovato il modo di respingerlo, l’anno dopo, all’arrivo in Germania, con una scusa qualsiasi. Non la negritudine, in ogni caso.

E pensare che Jesse Owens era nato rachitico, settimo figlio di una famiglia di dieci originaria di Oakville, Alabama, che faceva capo a Henry Owens e a Emma Fitzgerald. A lungo i genitori temettero per la sua vita. Era gracile, rachitico, stava sempre male. Di polmonite era semplicissimo morire, in assenza di medicine. A sei anni Jesse cominciò a correre, costretto a farlo per raggiungere la scuola che distava dieci chilometri. Correva per raggiungerla, perché si attardava a dormire “dieci minuti in più”.

 

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