Il mio Coppi

Il Grande Fausto nel ricordo di un tifoso molto particolare, coppiano sfegatato quando il Campionissimo di Castellania non era già più tra noi, nella ricorrenza della nascita: 15 settembre 1919

Me ne appassionai quando non c’era già più Ricordo un disegno, che il più grande dei miei fratelli fece sul suo diario. Lui, coppiano sfegatato. “Quando passa Coppi levatevi il cappello, quando passa Bartali tirategli il martello”. Non gli ho mai chiesto se quello slogan fosse frutto della sua invenzione o l’avesse letto da qualche parte. Di certo, qualche anno dopo, per me fu folgorazione. E pensare che il Campionissimo era già volato in cielo.

Scrivo tutto questo per ricordare la data di nascita di Fausto Angelo Coppi da Castellania: 15 settembre 1919. Quasi un secolo. Eppure, nonostante il tempo già trascorso dalla sua repentina e tragica fine, Coppi è un’icona luminosa che non si spegne mai. Un mito. Forse il più grande dei nostri miti dello sport, dove miti è plurale anche di mite.

In fondo, Fausto è sempre stato un uomo mite e di poche parole. Avevo soltanto 12 anni e come tutti i bambini ingaggiavo sfide infinite a pallone nel cortile di casa mia. Stravedevo per Omar Sivori, palla al piede mai nessuno come lui. Sognavo in bianco e nero: la Juve, la TV. Anche se il mio temperamento era ricco di sfumature.

Il negozio sottocasa l’aveva preso in affitto il vecchio Sansoni, rivenditore della Bianchi. Un marchio mitico, che mi fece sognare per la prima volta a colori, fissando quella bici da corsa color cilestrino e quella maglia biancoceleste col colletto a punte e con le tasche anteriori e posteriori simili alle bisacce dei frati cercatori.

Fu una folgorazione. Come un amore a prima vista. Un autentico colpo di fulmine. Dimenticai per un istante i dribbling e i tunnel del grande calciatore argentino per innamorarmi di un altro mito. Appiccicate a quelle pareti che trasudavano muffa e umidità, c’erano due pster pubblicitari della Bianchi, con un titolone a caratteri cubitali: “1949-1952 Mai nessuno al mondo come Fausto Coppi”.

Rimasi con il viso incollato alla vetrata per un quarto d’ora. Fissavo quelle immagini colorate. Coppi in rosa, in giallo, color arcobaleno. Mentre scalava solitario le grandi montagne, con quegli occhi che evocavano un cervo ferito, come lo descriveva il grande Orio Vergani. E i capelli color nero corvino e il naso grande come una salita. Ancor più grande di quello di Bartali, che invece, nel naso ricordava più un pugile che un ciclista.

Il vecchio Sansoni mi vide incantato e mi chiese cosa stessi facendo. Risposi che rimiravo quei poster. Mosso a compassione me li regalò e fu il dono più bello per un bambino che sognava di volare. Come faceva Coppi. Ricordo che ritagliai quelle foto per sistemarle su un enorme quaderno. Uno scempio, a guardar bene, ma le conservo ancora. Da allora ho sempre inseguito il mio mito.

Oggi possiedo autentiche reliquie: decine di fotografie e cartoline con dedica di suo pugno, raccoglitori con migliaia di ritagli. Una cinquantina di libri, a cominciare dal primo in assoluto, scritto da Guido Giardini nel 1948.

E poi scritti e testimonianze, prima fra tutte quella di Carletto Cori, un tipo originale e bizzarro, che indossava un enorme cappello a falde larghe. Come quello di Tano Belloni, altro personaggio singolare del mondo delle due ruote. Passionale e innamorato del suo mondo.

Il buon Carletto mi redarguì perché in un quiz a cui partecipai (Flash di Mike Bongiorno, 26 maggio 1981) non avevo scelto come materia la vita di Fausto, prediligendo la storia del ciclismo. Ed ebbe ragione perché di Fausto sapevo tutto o quasi, dall’ora in cui nacque, intorno alle 17, all’ora in cui esalò l’ultimo respiro: le 8,45 di quel maledetto 2 gennaio 1960.

“Le manderò un po’ di cose del mio povero Fausto – mi disse sorridente Carletto, che conobbi sul palco di una tappa del Giro, quando facevo lo speaker per la Gazzetta. Peccato che di lì a poco non ci fu nemmeno più lui. Ma conservo una sua lettera tenerissima.

Ho conosciuto Marina e Faustino. Ho parlato a lungo con loro. Ma soprattutto ho conosciuto il campionissimo attraverso le testimonianze di amici e colleghi giornalisti, primo fra tutti Mario Fossati, altro coppiano di ferro. Pensate che il buon Mario lo aveva seguito al Tour 1952 su  una moto. Io avrei dato tutto per esserci. E invece non ero ancora al mondo.

Fausto Coppi è sempre stato il motivo di paragone con quelli che sono venuti dopo. Ma non solo. Fausto continua ad essere qualcosa di più di un mito. Ogni storia, anche la storia del nostro Paese, passa da lui. Forse perché è stato un autentico eroe e gli eroi, come scriveva Brera, sono rapiti in cielo ancor giovani.

Non c’è mai stato nessun altro grande atleta del passato e del presente che mi abbia “preso” come Coppi. Sarà per quel suo destino tragico, sarà per quelle sue fragilità, sarà per il modo con il quale realizzava quelle imprese solitarie. Non lo so. Ancor oggi, quando mi capita di rivedere Coppi in qualche vecchio spezzone della TV o leggerne le gesta su libri e giornali, mi viene la pelle d’oca e per un attimo torno ad essere bambino. Come quella volta, nel negozio del vecchio Sansoni.

Leggi anche:

Toscani di memoria corta
Bridge - Stayman ambigua sull'apertura di 2SA
Giacomelli l’intempestivo
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   
Commenta: