Nibali, il Kazakistan e la “lavatrice”

Riflessioni su un campione di ciclismo e le opportunità, non soltanto economiche, che dovrebbero orientare scelte e comportamenti

Chissà cosa sapeva Vincenzo Nibali dell’Astana prima di firmare col team kazako poco più di un anno fa. Di sicuro conosceva il colore della divisa per averla vista nella pancia del gruppo: azzurra e gialla come la bandiera del Kazakhstan di cui Astana è la capitale. Di qui il nome della squadra.

A guardar bene però la capitale era Almaty, città a sud-est del paese nella zona dei monti Alatau, vicino al confine con la Cina. Troppo vicino secondo alcuni. Dopo l’indipendenza dalla Russia del 1991 c’è chi ha pensato che la capitale dovesse stare più al centro del paese, cioè in mezzo alla steppa e alle correnti gelide, dove già c’è la piccola Akmola che così viene eletta a nuova capitale e ribattezzata Astana, che vuol dire “la capitale”, tanto per rimarcare il concetto.

Astana è la capitale di un paese immenso, di 2.725.000 chilometri quadrati, che si può immaginare come un gigante sdraiato che tocca da un lato il Mar Caspio (e quindi l’Europa) e dall’altro la Cina, mentre sopra la pancia, cioè a nord, corre il confine con la Russia.

Un gigante molto ricco di risorse naturali come oro e argento, gas petrolio e metano, ma anche un gigante sfigurato dagli esperimenti nucleari dell’Urss, ferite radioattive che sanguinano ancora oggi. A questo va aggiunto che i kazaki, in origine tribù nomadi, sono stati costretti dai coloni russi a diventare sedentari, scrivere in cirillico e parlare in russo.

Insomma un passato quantomeno difficile ma un futuro di possibili grandi prospettive. Nel mezzo, l’impero dell’Urss che si sbriciola e Nursultan Nazarbaev che da membro del Partito Comunista Kazako riesce a limare posizioni fino ad essere il primo presidente del Kazahkstan nella primavera del 1990. 

Ma questo è solo l’inizio: l’ambizioso presidente tramite abili volteggi da ginnasta degni di Yernar Yerimbetov, il campione kazako, moltiplica il suo mandato tramite referendum e rielezioni varie, di cui quelle del 2005 vinte con un consenso superiore al 91% degli elettori. Entrato quindi con merito nel già affollato club dei dittatori, Nazarbaev riesce addirittura a superarsi: durante le elezioni di tre anni fa uno dei suoi tre oppositori dichiarò di votare per lui, che toccò il 95% dei consensi.

Ne consegue che il presidente può muoversi un po’ come gli pare sconfinando dalla corruzione ad abusi vari. Per sintesi peschiamo dal mazzo delle violazioni dei diritti umani la repressione nel sangue della protesta dei minatori di Zahanonen del 2011: 17 morti e 34 arrestati di cui la maggior parte sindacalisti e sostenitori dei diritti civili, ma anche operazioni più sottili come l’espulsione illegale dal nostro paese, la “vicenda inaudita” di cui però nessuno dei nostri sa niente, della moglie e della figlia di Ablyazov, fondatore di Scelta Democratica per il Kazakhstan, ora bloccato in Francia, in attesa di essere estradato in Russia o in Kazakhstan.

Ricordiamo bene come il 31 maggio scorso la donna e la bambina furono prelevate dalla loro casa a Roma e rispedite in Kazakhstan con un blitz che ricordava la liberazione a Mestre del Generale Dozier dalle Brigate Rosse. Comunque sia non devono temere perché già nel 2010 le autorità kazake, bontà loro, avevano promesso di abolire la tortura nel paese.

E chissà forse di questo hanno parlato in Sardegna Nazarbaev e Berlusconi poche settimane dopo. Anche Prodi, che lo conosce almeno dal 1997 quando lo ha fatto diventare Cavaliere di Gran Croce con merito della Repubblica Italiana, va usualmente ad Astana con un po’ di altra gente tra cui Tony Blair e Shroeder, in quanto membri dell’International Advisory Board kazako, cioè consiglieri di rango e per questo ben retribuiti: a marzo lo Spiegel International ha scritto che Blair è arrivato a prendere fino a 9milioni di euro all’anno.

E allora perché non darne quattro a Vincenzo Nostro che si è anche trasferito a Lugano dove nemmeno c’è l’obbligo di residenza? Almeno i quattro milioni di euro l’anno del rinnovo Nibali se li è sudati per vincere un Giro e magari a breve la Vuelta, mica per dare consigli.

Dopo la vittoria al Giro, il nostro campione è volato ad Astana per salutare il presidente e la sua cricca, e siccome Astana comincia a essere abbastanza frequentata – da politici e sportivi ma anche da gente tipo Kayne West che canta per il nipote del dittatore come un Apicella qualsiasi – allora si è provveduto a progettarle un immagine di un certo impatto, tipo una Las Vegas delle steppe. Un parco giochi per adulti con grattacieli, piramidi e torri varie, persino con una tenda gigante (300 metri di base, 150 di altezza), per coprire un’area di 100mila metri quadrati nella quale inserire un parco, un fiume e magari anche una spiaggia. Giusto perché il tendone può fermare le correnti gelide che abbassano le temperature a -30 gradi.

Tante di queste cose sono già lì e tante altre verranno realizzate in vista su Expo 2017 già assegnato al Kazakhstan, con i complimenti della cosiddetta comunità internazionale.

Ci piacerebbe che il nostro Vincenzo Nibali, uomo vero per le sue origini e perché si spacca in due col ciclismo da molto prima di essere strapagato dai kazaki, desse un segno preciso per dimostrare che sa con chi ha a che fare; una qualsiasi parola o gesto per non risultare totalmente allineato a un regime che usa  il ciclismo come una lavatrice per ripulire la faccia e i soldi, uscendo così dalla pancia del gruppo di quelli che vanno dal dittatore col cappello in mano.

 

 

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