Quella sana aria di provincia

L’approdo in serie A del Sassuolo di Eusebio di Francesco – 63° in ordine di apparizione - riporta in serie A il mito delle squadre legate a piccole realtà che spesso hanno dato vita a vere e proprie favole


Sassuolo
è una cittadina di circa 40mila abitanti nel Modenese famosa per le sue ceramiche. Da quest’anno la sua squadra, l’Unione Sportiva Sassuolo Calcio, partecipa per la prima volta nella sua storia al campionato di serie A, dopo aver vinto lo scorso campionato quello di B.

La squadra del patron Giorgio Squinzi è stata la 63° squadra a debuttare nella massima serie, nonché la quinta squadra non di un capoluogo di regione o provincia a farlo, dopo Casale, Legnano, Pro Patria ed Empoli. Il Sassuolo è, di conseguenza, una “provinciale”, termine che si può serenamente associare a una squadra di una città di provincia oppure a un club di una grande città con poco pedigree, quindi poco blasonato.

Fatto sta che le “provinciali” hanno fatto la storia del nostro calcio, alcune hanno vinto scudetti, altre si sono piazzate sul podio, altre hanno rovinato i sogni di gloria alle “grandi”. Sono squadre che hanno lasciato il segno. E il più delle volte con poco budget a disposizione ma dando al calcio nazionale giocatori che hanno fatto la storia.

Hanno dalla loro un vantaggio non da poco, quello di poter contare su tifoserie molto calde che possono fare far pesare il fattore campo in casa, ma anche in trasferta.

La prima “provinciale” in serie A è stata il Casale nel primo campionato a girone unico del 1929/30. Nel 1913/1914 vinse anche lo scudetto. Rimase nella serie maggiore fino alla stagione 1933/1934 retrocedendo in B e da allora è la squadra che manca da più tempo in serie A.

La seconda è stata il Legnano l’anno successivo, subito retrocesso e poi interprete di di due fugaci apparizioni in A nei primissimi anni Cinquanta. Alla fine degli anni Quaranta ha debuttato invece un’altra squadra lombarda, la Pro Patria di Busto Arsizio, con 12 presenze ancora oggi la squadra di una città non capoluogo di Provincia con più presenze in A.

Bisogna aspettare il campionato 1986/1987 per il debutto di un’altra “piccola”, l’Empoli. L’ultima squadra a debuttare in A è stata il Treviso nella stagione 2005/2006.

Ogni decade ha regalato le gesta di squadre di provincia che hanno fatto impazzire di gioia i propri tifosi e l’Italia intera. Nel 1942/1943 il Livorno di mister Ivo Fiorentini si piazzò al secondo posto dietro al Torino di Mazzola: uno “scudettino”, visto il tasso tecnico espresso dai granata nel calcio italiano di allora.

Nel 1947/1948 arrivò seconda in classifica la Triestina, allenata da uno dei migliori allenatori della storia del calcio italiano, Nereo Rocco, per la gioia della tifoseria e di una città intera alle prese con problematiche “territoriali”.

Negli anni Cinquanta ci fu l’ottimo terzo posto del Padova guidato ancora da Nereo Rocco, grazie ai gol di Kurt Hamrin. Entusiasmò i tifosi padovani per un intero anno malgrado esprimesse un gioco “catenacciaro”. Era il campionato 1957/1958.

Gli anni Settanta furono ricchi di provinciali terribili: dal Vicenza di Paolo Rossi al Perugia di Ilario Castagner all’Ascoli di Costantino Rozzi.

Le prime due, entrambe biancorosse, fecero due miracoli: nel 1977/1978 il Vicenza, o meglio il Lanerossi, chiuse la stagione al secondo posto dietro alla Juventus del “Trap” e di Bettega, con lo stesso Rossi capocannoniere del campionato, esprimendo un gioco bello ed aggressivo, mentre l’anno successivo i grifoni umbri arrivarono anch’essi secondi , dietro il Milan di Rivera che vinse il decimo scudetto, ma senza subire sconfitte. Un record che rimase tale fino alla stagione 1991/1992 quando il Milan di Capello e Van Basten concluse il campionato senza sconfitte.

I mito dell’Ascoli è legato al binomio Rozzi-Mazzone, due uomini dal temperamento vulcanico che fecero grande (nel suo piccolo) la compagine bianconera marchigiana anche negli anni Ottanta. Nel 1979/1980 l’Ascoli, allenato da Fabbri, arrivò quarto a ridosso del secondo posto disponibile per disputare la Coppa Uefa l’anno successivo. Il Milan retrocesse per illecito sportivo, ma la classifica non variò ed i marchigiani non poterono parteciparono alla coppa. Costantino Rozzi era noto per le sue uscite contro gli arbitraggi che ogni volta punivano il suo Ascoli. Si prese molte diffide e multe, ma fu sempre fiero di quello che fece perché per lui l’Ascoli era la sua piccola famiglia e non voleva che ogni volta venisse penalizzata.

Gli anni Ottanta sono stati una decade ricca di provinciali molto toste. La riapertura delle frontiere dopo oltre vent’anni permise alle società di pescare sui mercati esteri: arrivarono veri campioni (da Platini a Falcao a Rummenigge a Maradona), ma anche giocatori molto deludenti che furono acquistati proprio dalle “provinciali” (Danuello e Zahoui, Neumann e Victorino per citarne alcuni). Anche le “grandi” non si esentarono da alcune “cantonate”.

Nel campionato 1978/1979 arriva in A l’Avellino, rimanendovi ben dieci stagioni consecutive, condite da due ottavi posti nelle stagioni 1981/82 e 1986/1987. I lupi irpini affascinano persino uno non certo impressionabile poco come Gianni Brera, che li designò come il “meglio di sempre” proveniente dalla provincia. Erano gli anni di Ramon Diaz, Adriano Lombardi, Dirceu e Juary.

Altra provinciale tosta è stata anche il Catanzaro, due volte settima nel 1980/1981 e nel 1981/1982, con sette presenze nella serie maggiore tra il 1971 e il 1983. Giocatori che fecero grande i giallorossi calabresi in quegli anni furono Claudio Ranieri, Massimo Mauro e Massimo “piedino” Palanca (calzava il numero 37) al servizio di allenatori come Gianni di Marzio e Carlo Mazzone, idoli di una regione povera economicamente che con loro stupì il calcio italiano cercandone anche il riscatto sociale.

Il 20 aprile 1986, invece una provinciale strappò un titolo quasi acquisito ad una “grande”: il Lecce di Barbas e Pasculli, già retrocesso, alla penultima giornata sconfisse 2 a 3 la Roma che stava lottando con la Juventus per il primo posto: la sconfitta dell’”Olimpico” fu un vero “suicidio” sportivo per Bruno Conti e compagni che consegnarono lo scudetto ai bianconeri, i quali sconfissero la domenica successiva proprio i salentini con il medesimo risultato. Quando si dice che gli scudetti non si vincono con le big ma con le piccole…

Sempre negli anni Ottanta una “piccola” fece grande l’Italia in Europa: nel 1986/1987 l’Atalanta retrocesse in serie B, ma arrivò in finale di Coppa Italia dove perse contro il Napoli, che pochi giorni prima aveva vinto il suo primo scudetto. A rappresentare il Belpaese nella Coppa delle Coppe l’anno successivo furono gli orobici per la seconda volta nella loro storia. L’Atalanta nel 1963/1964 uscì al primo turno ma quella stagione arrivò fino alla semifinale, dove perse con i belgi del Malines. Mai una squadra militante nella seconda serie di un campionato era arrivata così avanti. Era la “Dea” di Stromberg, Garlini, Bonacina con in “panca” Emiliano Mondonico.

Nel 1990 fu promosso in serie A il Parma, al suo debutto nella massima serie: a fine stagione arrivò sesto e partecipò per la prima volta alla Coppa Uefa, l’anno successivo vinse la Coppa Italia e l’anno successivo vinse la Coppa delle Coppe a Wembley con l’Anversa, alzando al cielo anche la Supercoppa europea a settembre.

Gli anni Novanta videro una provinciale come il Vicenza di mister Guidolin e Marcelo Otero addirittura vincere la Coppa Italia e perdere, l’anno successivo, la semifinale di Coppa delle Coppe contro il Chelsea degli italiani Vialli e Zola. Memorabile l’incontro dei biancorossi a Stamford Bridge.

L’inizio della decade vide il ritorno di serie A del Foggia che ebbe in Zdenek Zeman il suo vate e in campo gente che anni dopo avrebbe fatto sfracelli in serie A: Giuseppe Signori, Francesco Baiano, Luigi di Biagio. Era il “Foggia dei miracoli”, che arrivo ai margini della zona Uefa nel 1993/1994.

Nella stagione 2001/2002 fece il suo esordio in A addirittura una squadra di quartiere, il Chievo, seconda squadra di Verona. Al primo anno in massima serie i gialloblù chiusero al sesto posto, qualificandosi per la Coppa Uefa: era il “Ceo” di Delneri con in campo Perrotta, Corradi, Corini e Marazzina.

Sta ora al Sassuolo, ai neroverdi modenesi, fare del loro meglio. Difficile per loro un campionato tranquillo, ma i mezzi ci sono grazie a mister di Francesco e alla bravura tecnica di gente come Magnanelli, Missiroli e il “baby” Berardi. Il Sassuolo ha vinto il 23 luglio il trofeo “Tim”, triangolare con Juventus e Milan disputato a Reggio Emilia, al “Mapei Stadium”. Ora i neroverdi e altre piccole affronteranno il quarto turno di Coppa Italia che già annota quattro vincitrici non pronosticate (Vado, Venezia, Atalanta, Vicenza) e altre sei giunte sino alla finale. Provinciali, appunto.

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