Vi racconto il mio Kangchenjunga

Annalisa Fioretti è salita a quota 8.400 del colosso himalayano ma le condizioni limite delle mani l’hanno indotta a non rischiare oltre. Il giorno dopo Mario Vielmo raggiungeva la vetta. Poi la tragedia…

9 aprile 2013: il tentativo di prima ascensione italiana al femminile del Kangchenjunga (8586m) ha inizio. Con me Mario Vielmo, forte guida vicentina, già cimentatosi con successo su altri 8000 e Silvano Forgiarini, forte alpinista friulano, oltre al cameraman Paolo Paganin. Il trekking di avvicinamento si snoda in un territorio vergine, selvaggio e bellissimo tra villaggi che non han conosciuto la civiltà e una natura incontaminata e ostile, boschi di rododendri giganti, foreste di alberi bruciati dai fulmini, pietraie infinite in mezzo a una religiosità che sa un po’ di Natura, di divino e di passioni.

Il colosso himalayano è quanto di più massiccio io abbia visto: impervio, pericoloso, bellissimo e affascinante!

Arriviamo al Campo Base (poi CB;ndr) più tardi rispetto alle altre spedizioni, ma saremo i primi a salire a dormire al C3. La prima volta sulla montagna è per toccare il C1 (6200m), un nido d’aquila in discesa. Per raggiungerlo occorre scalare il “grande seracco”, un muro molto tecnico e difficile di 100m con pendenza superiore a 80° che nell’attacco alla vetta diventerà addirittura strapiombante per il maltempo dei giorni precedenti e che termina con un tratto finale in traverso.

L’arrampicata è divertente e di gran soddisfazione, seppur molto faticosa. La seconda salita la faremo smontando il C1 e andando direttamente a raggiungere il C2 a 6400m, sul ghiacciaio. Passata la notte al C2 ci dirigiamo verso la balconata verticale di ghiaccio molto complessa e pericolosa per le valanghe.

Nei giorni precedenti c’era stato un lavoro di gruppo per risolvere il passaggio tra immensi seracchi e lunghissimi crepacci. Alla fine è stata trovata la soluzione: attraversare da sinistra a destra sempre su pendii verticali (alcuni 70°) superando i vari ostacoli.

Normalmente il C3 viene montato a 7200m su un grande plateau, ma visto il forte vento dei giorni precedenti, ci siamo fermati a 7000m al riparo di un grande seracco. La notte al C3 è stata fredda (-25°C), la mattina il forte vento (60-70 km/h) ci ha indotti a scendere rapidamente verso il CB. È seguito un lungo periodo di maltempo con stop obbligato al CB: neve pomeridiana (in gran quantità), venti da ovest (anche a130 km/h) e temperature di -30° (con effetto wind chil-50°C) non permettevano alcuna mossa.

Individuata una finestra di bel tempo, siamo saliti per guadagnare la vetta.

La molta neve dei giorni precedenti ci ha obbligati a rintracciare il percorso. Difficile e faticoso salire coi nostri zainoni di più di20 kg.! Arrivati al C4 a 7400m, abbiamo riposato qualche ora e alle 20.30 siamo ripartiti verso la cima.

Faceva freddo, ma la notte era limpida. Attorno il silenzio assoluto. Il buio mi obbligava, facevo io traccia, a indirizzare la pila frontale a destra e sinistra per individuare il percorso. Il passo costante, i pensieri che mi affollavano la mente, il grattare dei ramponi sulla neve dura in alcuni tratti, più marcia in altri, la pendenza sempre sostenuta (mai inferiore a 50°) ho realizzato in ritardo che avevamo raggiunto gli 8000m.

Attorno a me intanto albeggiava e il freddo cresceva assieme al vento. Silvano era rientrato quasi subito, raggiunta quota 7650m circa, ma l’ho realizzato molte ore dopo concentrata com’ero a trovare la direzione giusta. Con Mario abbiamo raggiunto il gruppo di alpinisti che salivano con ossigeno, partiti qualche ora prima di noi e poi a un tratto ci siamo fermati. Da lì, a circa 8100m, finivano le corde fisse e occorreva salire da soli.

Il gruppo si è sfilacciato, qualcuno è tornato indietro perché non se la sentiva, qualcuno come noi ha proseguito. Io intanto avevo cambiato i guanti ormai umidi e freddi con un paio nuovo, ma anche quelli nuovi non riuscivano a scaldarmi.

A quasi 8400m  ho chiesto a Bibash, uno dei nostri sherpa, quanto mancasse alla vetta e mi ha detto che ci volevano circa 4 ore. Ho capito che avrei messo in serio pericolo le mie mani e ho comunicato a Mario la mia decisione: rientrare, anche se erano solo le 9.30 del mattino.

Mario ha proseguito con Bibash verso la cima, io ho iniziato la discesa dapprima senza corde e poi con l’infinita calata su corde fisse, le mani fredde, dure, insensibili, l’adrenalina calata, una sete inestinguibile. Mi son addormentata sulle corde, poi mi son scrollata per riprendere a scendere nel biancore accecante e nel silenzio, nessuno attorno a me.

Son arrivata a fatica in tenda di primo pomeriggio, gli ultimi passi senza più forze. Alle 17:30 una chiamata di Mario via radio ci ha avvisati che era in vetta, gli ho fatto i complimenti, ho gioito per lui, ma gli ho urlato di scendere che era troppo tardi, una paura folle mi ha presa…

Dormivo, mi svegliavo, speravo di vederlo entrare, ma nulla fino alle 3.30 quando col viso stravolto è entrato dicendo che era successa una disgrazia e Bibash era morto assieme a un altro sherpa.

Gli ho preso le mani con le dita bianche e gliele ho massaggiate e poi messe nell’acqua calda anche se per il dolore lui tentava di sfuggirmi. La mattina dopo abbiamo trovato due cadaveri a 200m circa dalla tenda. L’ipossia da quota ti svuota di emozioni e di sensazioni e pur essendone colpiti, non riuscivo ad avere sentimenti profondi e pensieri coerenti.

Lassù è come se la tua mente registrasse immagini, la mente vuota, gli occhi guardano, ma non pensi a nulla. Una parte di te registra, ma è come se tutto ti fosse indifferente, poi rivedi il tutto i giorni successivi come fossero dei flash, quando la mente ha voglia di restituirti tutto con calma. Calma è la parola.

Perchè lassù ho imparato questo: vivi secondo i tuoi ritmi e quelli che la vita lassù ti regala – con calma – gustando il valore del tempo!

La mattina siamo scesi, ma l’avventura non era finita. Silvano è sceso verso il CB e Mario l’ha seguito distanziandomi. Io son scesa portandomi dietro uno sherpa trovato nella neve a piangere il fratello e il migliore amico morti. Voleva restare e morire anche lui.

Ho aspettato poi due amici spagnoli di cui uno, Oscar che dopo 4 tentativi di salita al Kanch aveva finalmente coronato il suo sogno raggiungendone la vetta. Era visibilmente stravolto dalla fatica. Al C3 ho trovato una delle nostre radioline con cui ho potuto comunicare col C1 ove c’era il medico spagnolo Carlos che mi ha convinta, via radio, visto che non bevevo da più di 36h, a farmi del dexametasone.

Notte insonne con una bufera di neve, Phurba che piangeva la morte dell’amico Bibash e un freddo agghiacciante. La mattina abbiamo proseguito la discesa sempre in contatto con Mario, che nel frattempo aveva raggiunto il CB, e mi guidava psicologicamente via radio. Son scesa lentamente, molto lentamente, con uno zaino enorme e il solito gruppo di gente da portar giù. Stanca, svuotata, accecata dal sole e dal riverbero della neve.

Dal traverso sopra il C2 ho potuto vedere la grandezza della valanga che due notti precedenti, mentre riposavamo, aveva spazzato completamente il C2 cancellandolo. 15 tende di cui non rimanevano che pochi frammenti di pochi centimetri di tessuto. Abbiamo perso anche tutto il materiale che vi avevamo depositato, ma eravamo salvi.

Sono arrivata al Campo Base a sera. Silenzio, solo silenzio tra le tende.12 persone in vetta e 5 di questi morti sono una ragione sufficiente a non gioire nemmeno per i salitori.

Disidratata, stanca, triste, ma contenta di rivedere i miei amici.

Resta la consolazione di una salita bellissima senza ossigeno (solo in 5 siamo saliti senza ossigeno quella notte!), la vetta raggiunta da Mario pur con fatica, una bella amicizia con uno sherpa delicato, ambizioso e forte che ha realizzato il suo sogno pagandolo con la vita e un’avventura unica su una montagna che molti, Mario compreso, han giudicato più difficile del K2!

Per me la gioia di aver superato abbondantemente gli 8000m e tanti complimenti, da parte degli sherpa e di persone grandi come Mario Vielmo.

di Annalisa Fioretti

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