I conti in tasca al calcio

La situazione calcistica italiana odierna di certo non è né rosea né fiorente. Sono ormai lontani i prosperosi anni ’80 e ’90 quando le squadre italiane spadroneggiavano sui mercati europei e sudamericani comprando di tutto e di più, pagando soprattutto cifre spropositate.

La serie A, in quegli anni, vedeva protagonisti i vari Zico, Maradona, Platini, Ronaldo ecc. ed era senza ombra di dubbio il campionato più talentuoso, avvincente e difficile al mondo. Ora, in perfetta sintonia con la crisi del Paese, il calcio è in grave difficoltà.

Le società tentano di sanare i bilanci, pesantemente in rosso grazie alle spese folli degli anni delle scelleratezze, e vendono i pezzi più pregiati del loro organico, ma sempre più spesso si scambiano due asini per un purosangue, con relativo conguaglio in denaro.

Nonostante la situazione si profilano ricchi imprenditori di varia provenienza, dagli Stati Uniti all’Indonesia, passando per l’Arabia Saudita e gli Emirati, tutti interessati a investire in Italia. Se la situazione è così critica come mai tanto interesse?

Per rispondere alla domanda è necessario proporre un’ampia panoramica della situazione attuale del calcio europeo.

Possedere una squadra di calcio da parte di un imprenditore non significa più solamente investire denaro per avere vantaggi d’immagine, agevolazioni fiscali o per semplice passione.

Oggi il calcio è un business in grado di costruire profitti. L’investimento più importante (e redditizio) è uno stadio di proprietà, una “casa” nella quale società, calciatori e soprattutto tifosi trovano un punto di riferimento tutti i giorni della settimana e per tutto l’anno. Lo stadio con annessi e connessi: cinema, parchi gioco, centri commerciali, musei e percorsi guidati all’interno delle struttura.

Il secondo importante riferimento è il brand societario. Possedere un marchio reputato, che gode di opportuna considerazione, consente di allargare esponenzialmente il proprio seguito di tifosi, appassionati o semplici individui, magari geograficamente lontani ma intimamente legati alla società, simbolo per una città o per una nazione intera.

Questo permette di allargare il proprio mercato di riferimento a nazioni extra-europee, attirando nuovi investitori e sponsor. Per arrivarci si è investito parecchio in televisioni private monotematiche, che danno conto 24 ore su 24 delle varie squadre, con approfondimenti e interviste ai protagonisti; e ancora in tornei pre o post-campionato organizzati in paesi lontani dalla tradizione del calcio europeo come Stati Uniti, Cina, Giappone, Australia nei quali il nuovo modello di sport inontrs non poco.

Da ultimo c’è il merchandising, diretta conseguenza di un brand prestigioso, che comunque necessita di investimenti. È importante rendere accessibile al maggior numero di persone nel mondo i prodotti a marchio, non solo tramite internet, ma anche all’interno dei negozi sportivi, offrendo oggetti che non riguardano esclusivamente il calcio. C’è anche un indotto rispetto al calcio, non dimentichiamolo.

Questi tre punti sono cruciali, ma a queste logiche si sono uniformati due soli club: la Juventus e prossimamente l’Udinese sono le uniche a  possedere uno stadio di proprietà, nelle classifiche internazionali il brand societario delle più importanti squadre di serie A non è così in alto come la storia e la tradizione dovrebbe imporre e la maggior parte del merchandising è nelle mani dei cosiddetti “bagarini”, che offrono prodotti non scadenti a 1/3-1/4 del prezzo originale.

Le uniche entrate importanti sono i diritti televisivi venduti alle tv private.

La conseguenza di tutto ciò è quindi debolezza economica e poco potere di acquisto.

Tuttavia, nonostante o forse grazie a queste mancanze, insieme ad una tradizione gloriosa e vincente delle nostre squadre, il nostro mercato è reso molto appetibile da parte di investitore stranieri.

Ovvero comperare una società di calcio italiano oggi è più proficuo rispetto ad un’altra di egual livello europea: costa molto meno e può potenzialmente rendere molto molto di più.

Di fatti una società di calcio blasonata in Inghilterra oggi è praticamente impossibile acquisirla, il Manchester United, per esempio, ha un valore azionario di circa 3 mld di euro, più o meno la stessa situazione riguarda i top club di Germania e Spagna.

Le società italiane, appunto perché possiedono di valore praticamente solo la squadra, è possibile acquistarle con prezzi molto bassi, anche società con storia, tradizione e seguito di tifosi molto importante come l’F.C. Internazionale, il cui patrimonio si aggira sui 300 mln, 1/10 rispetto al Manchester.

Inoltre essere fautori di uno stadio privato e di un importante politica di espansione del brand a livello mondiale significa investire importanti cifre, ma non eccessive, all’inizio, per poi moltiplicare i ricavi nel medio periodo.

Prendendo come esempio l’acquisizione del F. C. ‘Internazionale, l’indonesiano Tohir, potrebbe non solo edificare uno stadio, con prezzi non elevati, in un bacino di tifosi quale è Milano, ma anche esportare prodotti e il proprio marchio in tutto il mondo in particolare nella regione del sud est asiatico dove opera e vive, territori in rapido sviluppo economico e soprattutto ancora vergini per quanto riguarda la conoscenza del calcio europeo in particolare della Serie A.

Questo piccolo excursus mostra quanti e quali vantaggi si possono ottenere nella nostra vecchia e arrugginita Seria A, ma anche i benefici che il nostro stesso campionato può ottenere con l’entrata di grandi imprenditori stranieri. Il tutto però necessità di una collaborazione con le istituzioni calcistiche e in generale politiche del Paese, che favoriscano gli investimenti ma anche controllino un patrimonio di grande valore e importanza sociale come è il massimo campionato calcistico nazionale nella nostra bella Italia.

di Federico Muciaccia

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