FILMICA-MENTE (Quando il regista è uno sportivo)

Ciak, si gira.

Lo sportivo assegna le parti: gambe protagoniste, braccia personaggi secondari, spalle… spalle, addominali controfigure, collo un cammeo. La sceneggiatura prevede una maratona, di quelle lunghe e solitarie, passate nell’anonimato mediatico. Una nouvelle vague d’espressione, senza effetti speciali ad alleviare la fatica. La prima scena è un piano sulle protagoniste, che camminano fino alla corsa ogni mattina. L’occhio di bue puntato è il primo raggio di sole, a scaldare l’aria della notte appena trascorsa. Il sentiero è scosceso, le condizioni atmosferiche nemiche, ma il regista ordina di proseguire. L’acido lattico stringe ogni muscolo, la troupe è al limite delle forze, ma il lavoro deve continuare. Dopo mesi di riprese, settimane di allenamento e giorni bui, è il momento del montaggio. Quelli che prima erano spezzoni, esercizi fini a se stessi, ora sono sequenze, fili logici intrecciati per raggiungere insieme il risultato. La colonna sonora è viva, da percussione, come i battiti alla prima. Qui le luci si abbassano, fino a scomparire, e intorno il chiacchierio della folla si allontana in un leggero brusio. Il regista è lì, in prima fila, con l’udito teso a carpire il click del proiettore. Lo sportivo è lì, sulla riga di partenza, e tutti i sensi si concentrano nel suo orecchio. Sparo, e la pellicola comincia a girare. Passo dopo passo il film inizia a carburare.  I nervi tesi si ammorbidiscono per far fluire l’energia, libera, e tutto il cast spinge verso i titoli di coda. Manca poco, lui lo sa, ma la concentrazione è per lo scatto finale. Il nastro è un bacio, uno schiaffo, una nota tenuta, la scena con cui il regista decide di chiudere la sua corsa.

Luci.

Applausi.

Novanta minuti valgono i mesi spesi?

Il mattino dopo lo sportivo sta di nuovo inquadrando le sue gambe correre, all’alba.

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