Fornara c’era, andò proprio così

Vi proponiamo, tramite il figlio Luca che ne ha raccolto la testimonianza, la celeberrima tappa dello Stelvio del Giro 1953 che consentì a Coppi di ribaltare una corsa saldamente nelle mani di Hugo Koblet

Alla vigilia i timori per lo svolgimento della tappa erano tanti, per il transito a una quota mai raggiunta, per i muri di neve che fiancheggiavano la strada, per le auto al seguito che avrebbero potuto andare in difficoltà. Bisognava andar su sino ai 2758 metri del Passo dello Stelvio e scendere poi a Bormio. Una tappa di sole incognite, entrata negli annali per l’impresa di Fausto Coppi, per il suo straordinario attacco alla maglia rosa Hugo Koblet che la indossava da 12 giorni e stava dominando il Giro come già tre anni prima, nel ’50, quando fu il primo straniero a vincerlo. Ma ascoltiamo il racconto di Pasquale Fornara, protagonista di quel Giro che chiuse al terzo posto.

La corsa, quella mattina, era già partita con un ritmo indiavolato. Al bivio di Spondinga la strada, a sinistra, puntava in direzione del Passo. L’andatura registrava continui aumenti di velocità, ma si potevano definire un assaggio rispetto a quello che sarebbe capitato. Ecco i lunghi falsopiani verso Prato allo Stelvio e poi Gomagoi. Da dentro il gruppo un continuo fermento di segnali, fischi, mezze parole, a chiedere cambi. Erano segnali in codice, lanciati da Coppi alla squadra. Prevedevano la rotazione in testa, tra quelli che, forti sul passo, avevano tirato “a tutta” in pianura e dovevano lasciar spazio a quelli più abili in salita. Ogni rumore, ogni richiamo, ogni cambio di posizione avevano senso e un peso prestabilito.

Era stato tutto studiato e calcolato la sera prima a tavolino con l’intervento del commendator Zambrini appoggiato dal d.s. Tragella. Doveva risultare un’orchestra. E doveva essere necessariamente ben affiatata. Alla fine tutto andò come previsto. Alla perfezione.

In testa era una continua lotta per tenere le posizioni. Arriviamo all’uscita di Trafoi. Un ampio tornante che gira verso destra segnala l’inizio della salita vera e propria. Si sente, chiara, la voce di Coppi che si lamenta. Chiede di diminuire la velocità. Un segnale da interpretare al contrario. Passa qualche centinaio di metri e il gruppo salta come su una bomba. Prima si allunga, come un elastico sotto un’insostenibile tensione, poi si spezza.

A un certo punto ci accorgiamo di essere rimasti in pochi. Ci guardiamo. Ci contiamo. Sei. Coppi aveva ancora a disposizione il fidato e inossidabile Sandrino (Carrea), un granatiere in bicicletta, una forza della natura. Il torinese De Filippis, la maglia rosa Koblet, un Bartali indomabile, alla fine io.

Mi tengo in fondo perché voglio capire come pedalano gli altri. E devo sapermi regolare. Prevedo aria di “tempesta”. A un bel momento si alza Carrea, da un ultima tirata poi si fa da parte. Verrà su come meglio potrà. Passa Koblet al comando. Con decisione. Con quel gesto vuole farci capire che quell’andatura gli sta bene. Chi era rimasto attaccato poteva decidersi di mettersi alla sua ruota, senza tanti grilli per la testa. Si sarebbe andati via così. E basta.

A questo punto è utile conoscere l’antefatto:

Il giorno prima, nella Auronzo-Bolzano di 164 chilometri, avevamo scalato quattro colli (Misurina-Falzarego-Pordoi-Sella). Coppi, Koblet ed io, avevamo battagliato tutto il giorno. Poteva già dirsi una tappa campale. Era iniziata subito con un attacco solitario di Volpi sul Misurina. Ci  sta davanti anche sul Falzarego. All’inizio del Pordoi lo prendiamo. Lo saltiamo via. Abbiamo un altro passo. Subito dopo parte Koblet. Come una furia. Ci pianta lì. Saliamo forte, ma del nostro passo. Coppi sembra faticare. Dopo un po’ mi chiede di dargli un cambio. Gli rispondo secco, sul muso, che è lui a dover tirare se vuole vincere il Giro (non ci eravamo ancora riappacificati dopo lo strappo dell’anno prima, quando dovetti rescindere il contratto con la Bianchi, causa sue ostruzioni). Capisce. Non replica. A metà salita troviamo il commendator Zambrini con la sua macchina personale guidata da un autista della Bianchi.

Invece di incitare Fausto lo maltratta, dicendogli che l’altro e già avanti di un pezzo. Mi accorgo che rimane da cani. Mastica amaro, perché ci sono io dietro. Comunque continuiamo, forte. Scolliniamo in ritardo. Mangiamo, intanto facciamo insieme, a tutta, la discesa. Quando comincia il Sella ho come una premonizione. Non finisco di pensarlo, passa poco e Coppi parte come un razzo. Cerco di stagli dietro. Stringo i denti per non perderlo. Riaggancia Koblet quando siamo quasi in cima. Ma lo salta via. In un attimo, senza dargli il tempo di capire cosa stia accadendo. Prendo a mia volta Hugo. Sembra imbambolato. Vado davanti io. Capisco che gli fa un gran comodo.

Scolliniamo uno dopo l’altro. Sembra finita. Ma due curve dopo l’inizio della discesa vedo Koblet che mi passa come un treno in corsa e si butta giù, mai pago, come un pazzo. Tenta un recupero impossibile. Cerco di tenerlo a cinquanta metri per avere il tempo, nel caso, di non andare fuori insieme, e almeno poter frenare. Ho la mascella serrata dalla tensione. E’ un capolavoro di bravura, audacia e follia allo stesso tempo. Non sbaglia una curva. Anch’io, per mia fortuna. Sul finire della discesa lo lascio andare. Non vorrei che mi scoppiassero le gomme. Lo vedo riagguantare Coppi che, brillantissimo, nel girarsi rimane esterrefatto.

Continuano a pieni pedali. Alla fine, arrivano a Bolzano insieme. Io appena più staccato. La giornata finisce con un tocco di classe, tipico dello svizzero. La tappa a Coppi e, implicitamente, il Giro a lui. Mancavano due giorni alla conclusione a Milano

Se non che la sera, nell’albergo della Bianchi, c’è aria di burrasca. Non sono convinti, non si rassegnano. Non tanto Coppi, che sembrava persuaso dopo il duello ingaggiato perché aveva provato di tutto. Piuttosto il suo entourage.

Non si sa cosa si dissero, quali argomenti furono messi sul tavolo, quali promesse furono fatte e cos’altro ancora entrò in gioco. Tanto discussero che decisero di tentare un ultimo attacco. Il giorno dopo. 

Al ritrovo di partenza, l’indomani mattina, Ettore Milano si accorge che Koblet porta gli occhiali da sole. Riferisce la notizia. Il  mefistofelico Biagio Cavanna (il massaggiatore cieco) capisce al volo. L’elvetico non ha recuperato lo sforzo. Bisogna guardarlo negli occhi. Ettore Milano lo avvicina con la scusa di una fotografia. L’altro, educatissimo come sempre, si presta di buon grado. Si leva gli occhiali. Occhi cerchiati e infossati. La lotta del giorno prima ha lasciato il segno. Profondo. Nelle gambe. Cavanna, informato, riporta subito la notizia a Coppi. Il proposito del piano si rafforza.

C’è un problema, bisogna infrangere il tacito patto di non belligeranza entrato in gioco dopo l’arrivo del giorno prima. Una specie di regola cavalleresca che siglava il riconoscimento dei valori in campo. Con la vittoria di Coppi a Bolzano gli scontri dovevano considerarsi finiti. E qui entra in gioco un’idea di Coppi.

Per attaccare, occorreva ricorrere a uno stratagemma insospettabile, per rompere gli equilibri. In modo pulito, per non violare i patti. Coppi si avvicina al giovanissimo De Filippis, sicuramente in giornata di grazia. Io sono dietro di una bicicletta e assisto a tutta la scena. Gli chiede in dialetto, in piemontese, se se la sente di dare un “colpetto”. Figuriamoci il giovanotto della Legnano. Tocca il cielo con un dito. Al debutto tra i professionisti si trova a fianco Coppi che gli rivolge la parola e poi lo onora di un incarico…

 

Passa un attimo, io faccio appena in tempo a bere un ultimo sorso d’acqua perché capisco che si mette difficile, e il Cit si alza sui pedali. Si parte. Dà uno strattone. Koblet per un attimo rimane indietro, quasi molla la ruota. La prende come una sfida. Scatta per riprenderlo, con quattro scodate poderose. È fatta. Con un atto di sproporzionata esuberanza, che in quel momento non poteva permettersi (ricordate gli occhiali?), riaggancia il torinese dopo un breve inseguimento.

Coppi sulla scia di scatto e controscatto parte a sua volta. Era l’occasione cercata.  A quel punto riesco solo io a tenere quella scia. Koblet tenta di chiudere a sua volta, ma rimane sui pedali. Fatica a starci dietro. Si pianta. E’ andato. Reagisce solo Bartali. Koblet ci riprova, ma non ci prende. Abbiamo qualche metro di vantaggio.

Andiamo via. Per me è un’avventura. Eravamo solo a un terzo della salita. Coppi pedala apparentemente regolare (si fa per dire). L’andatura è progressiva, inesorabile. Dietro sono ormai fuori gioco. Dopo metà salita la strada, a un certo punto, piega sulla destra. Proprio all’altezza della terza casa cantoniera. La strada sale verso il Passo. È uno scenario da mozzare il fiato, immenso. Fa tremare le gambe. Perché capisci che devi arrivare fino lassù. È qui che si ha la vera dimensione dello Stelvio. Un susseguirsi di tornanti che girando su se stessi si allungano verso il cielo. Anche il paesaggio cambia colore. Da un verde rigoglioso passa mano a mano verso un grigio chiaro per finire in un bianco luccicante, verso la vetta.

E Coppi, davanti, che non smette di tenere un passo impossibile. Rischio di scoppiare, se continua. Una salita così non l’avevo mai fatta, ma non l’avevo neanche mai vista. Vedo una lunga fila nera, quasi ininterrotta. Sembrano  paracarri. Ma mi sembrano troppi. Non può essere. Sono spettatori. Ma quanto sono piccoli?  Dei puntini neri, lontanissimi. Terribilmente in alto.

Calma, sangue freddo. Andiamo via così prima di saltare in aria come un petardo. L’arrivo non è in cima. Bisogna scendere a Bormio. C’è tutta la discesa da fare. Anche lei sterrata e con un’infinità di tornanti. Se ne sbaglio anche uno solo, non mi fermo più.

Mi consolo un po’pensando che almeno non piove. Non è poi così male. Anche se un po’ magra. Potrò fare traiettorie più semplici e veloci.

Dietro, degli altri, neanche l’ombra. Vuol dire che non hanno molta birra. Penso solo ad arrivare in cima al meglio e in forze. Metto in preventivo il possibile rientro di Koblet. Insieme ci sarà più facile recuperare qualcosa, prima dell’arrivo. Ma bisogna arrivarci. Siamo sopra i 2.200 metri. Decido di lasciarlo andare. Continuo del mio passo. Avverto più difficoltà a respirare.

Cerco di armonizzare il massimo delle pedalate con quello che mi permette la respirazione. Anche se mi sembra via via di avere dei turaccioli nei polmoni. E’ sempre più difficoltoso prendere aria. Al rifornimento volante, prevalentemente borracce, ho trovato un thermos, che mi ha fatto mettere dentro Cottur. Arriva il momento di usarlo.

Non capisco se è più il miele del the. Ma mi fa un gran conforto e mi corrobora. Bevo quando la strada lo permette. Salgo convinto. Davanti però Coppi ha già preso un bel vantaggio. Due tornanti. Sarà difficile riprenderlo. Finalmente arrivo ai muri di neve. Il più sembra fatto. Non fa freddo. La strada è bagnata per la neve che sta sciogliendosi. Il sole è forte. Fatico a tenere gli occhi aperti. Penso agli occhiali. Da sole. Poi finalmente vedo lo striscione del G.P.M., sono in cima.  

Mi gridano il ritardo : 2’25. Seguiranno Bartali a quasi un minuto, Koblet a 4 minuti e 30, Defilippis oltre i cinque. Carrea più indietro.

Comincia la discesa. È pulita, bellissima. Mi sento bene. Vado giù in un turbine di pedalate. Non c’è tempo di pensare. Alla paura. Che c’è, ma fa parte del gioco. Cerco di capire, nei tornati, se arriva Koblet. No, e non arriverà. Lui nel tentativo di recuperare quello che ha perso si é buttato giù a capofitto, come al solito. Stavolta gli va male. Cadrà e si rialzerà per due volte. Alla fine recupera poco. Meno di un minuto. Non basta. Lo vedrò arrivare dopo Bartali, lacero, stordito e sanguinante. Sconfitto.  

Quando intravedo spuntare le case in lontananza capisco di essere a Bormio. Ancora qualche pedalata e potrò tirare il fiato. Al traguardo chiedo subito il ritardo. Mi rispondono: 2.25. Sono soddisfatto. Non ho perso un secondo dalla cima, su un Coppi che, mi dicono, ha fatto la discesa come una furia per guadagnare il massimo possibile. È la prova che stavo bene. Cottur salta giù al volo dall’ammiraglia, e mi viene incontro. Mi fa un sacco di complimenti. Mi fanno piacere, detti da lui. Ha visto tutto. Capisce che ce l’ho messa tutta.

Al traguardo invece i due non si guardano. Praticamente si ignorano. C’è tensione forte anche fra Guerra e Tragella. Tira aria di tradimento. Vola qualche parola. C’è un clima turbolento. È comprensibile. Non si parleranno per bel un pezzo.

Il giorno dopo, fatti altri 250 chilometri, il Giro finisce a Milano. Porto a casa un terzo posto che mi rende orgoglioso, la classifica del G.P.M., una vittoria di tappa (la seconda, a Rimini) e due giorni in maglia rosa. 

di Luca Fornara                                                                                                                                                                         

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