Da San Patrignano, di corsa, a N.Y.

Un lungo viaggio, in ogni senso, quello degli ospiti della comunità, in vista della maratona del 3 novembre. Delle valenze terapeutiche dello sport ci parla il dottor Antonio Boschini, il loro responsabile

“Oltre il traguardo” è un progetto in corso a San Patrignano per portare alla prossima maratona di New York, in programma domenica 3 novembre, una decina di ragazzi ospiti della Comunità, dei 23 che si stanno allenando agli ordini del dottor Gabriele Rosa. Perché una minima parte di loro? Per un dato di realtà: non pochi ospiti di San Patrignano sono sottoposti a regime speciale, potrebbero non essere autorizzati all’espatrio, hanno pendenze con la giustizia e non basta che qualcuno garantisca per loro. Tra questi figura Antonio Boschini, 56 anni, medico,  che in comunità come ospite è entrato nel 1980, tra i primi ammessi ai trattamenti di Vincenzo Muccioli che San Patrignano l’aveva inventata due anni prima. Già nel 1982 Boschini ha ripreso in mano se stesso, ha iniziato a studiare medicina, nel 1987 si è laureato e da allora si occupa del settore terapeutico della comunità, del quale è divenuto il responsabile.

“La comunità – ci racconta Boschini – ha sempre usato lo sport come strumento educativo. In prima battuta calcio, basket e volley, giochi ai quali si dispone volentieri chi sta uscendo da droghe o altre dipendenze. Il primo recupero è di tipo fisico e richiede poche settimane, ma è solo un millesimo del percorso alla ricerca di un equilibrio consolidato. Lo sport ha valenza terapeutica come il lavoro, il cibo (importantissimo ritrovare equilibri alimentari) il sonno (anche quello scandisce la ripresa) o la musica, i film, la lettura”.

Percorso lungo, in ogni caso.

“I ragazzi hanno difficoltà controllare gli impulsi, hanno un basso livello di autostima, problemi a rispettare le regole. Lo sport libera aggressività che va contenuta, anche a livello di parolacce. Bisogna incanalare le pulsioni, badando ai trattamenti sempre individualizzati, esistono modelli ma non gli standard. Ogni persona è una storia, un caso a sé. Lo sport è utilissimo, quello di squadra ha un valore particolare, insegna a perdere con gli altri, senza addossare colpe a questo o a quello, senza trovare alibi.

Quando e come interviene la corsa?

“La corsa è un momento successivo, di consapevolezza. È un’attività molto democratica, non contempla nè qualità nè estro. Non ci vuole talento, non esiste chi non sia portato alla corsa, a meno di handicap fisici o problemi di obesità che la sconsigliano. La corsa richiede impegno e questo porta vantaggi, l’impegno è responsabilità. Ciascuno la interpreta come meglio crede, a San Patrignano il terreno è collinare, ondulato, puoi scegliere le difficoltà. sono decine e decine i ragazzi che corrono, dei 1.100 ospiti della comunità. Dal 2006 abbiamo il gruppo podistico con i suoi orari, i programmi, la sua organizzazione.

E come vi ponete con chi esagera, fa della corsa qualcosa di totalizzante?

“Cerchiamo di usare le parole giuste. Qui da noi ma soprattutto fuori ci sono persone che hanno un atteggiamento ossessivo-compulsivo, la corsa puà essere una vera e propria dipendenza come le droghe, l’alcol, la bulimia e l’anoressia, lo stesso fumo. Le dipendenze non vengono mai sole, magari se ne combatte una con successo e si ricade in una accessoria. Il cibo lo è per molti, è compensativo, ci si rifugia come forma di gratificazione immediata”.

Come si esce dalle dipendenze?

“Facendo dello sport un fenomeno educativo. Lo sport insegna a vivere in equilibrio, va fatto in maniera regolare e graduata. Chi ha vissuto una forte dipendenza per anni non può pensare di ritrovare se stesso senza gradualità. Lo sport è maestro di vita, ti insegna a ricominciare, a qualsiasi età, la corsa è un ottimo esempio. È bene orientare l’equilibrio usufruendo di alcune attività, chiamiamole regolatorie, si mettono dei mattoncini, uno dopo l’altro. Molti dei ragazzi che sono ospiti, soprattutto nel primo periodo, faticano a entrare in contatto con le loro emozioni, non sfogano la rabbia che covano, sono pieni di sentimenti negativi. La corsa li aiuta progressivamente a far rifunzionare i pensieri, la testa quando corri ti asseconda e ti soccorre. La corsa, per capirci, non procura sconfitte o disagi. Nel calcio per alcuni stare in panchina, non giocare, è un vero torto, faticano ad accettarlo”.

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