Giro Rosa, una storia italiana

A parte chi ha vinto (la Abbott) e chi ha perso (la Vos) emergono la Bronzini, la Guderzo e la Cauz, senza dimenticare l’Intramontabile

Il tir passa a raccogliere le transenne che hanno delimitato il traguardo e restituisce il salotto di Piazza Stradivari ai cremonesi in tempo per la passeggiata tranquilla della domenica sera. Dopodiché, dell’edizione n.24 del Giro d’Italia Femminile Internazionalewww.girorosa.it – e della sua crono conclusiva rimarranno le classifiche, le foto, i ricordi e i commenti. Anche i nostri.

Cominciamo con l’affetto con cui Cremona e il Giro hanno salutato Mara Abbott e la sua vittoria finale. Un abbraccio un po’ paesano ma cordiale, come siamo noi italiani e come ci vedono gli americani, che accompagnerà Mara in Colorado e che servirà come energia positiva contro il corto circuito che i troppi pensieri a volte generano. La maglia rosa, un gelato e un po’ di sano casino. “Non so cosa farò settimana prossima, quindi non chiedetemi dei miei programmi futuri” dice, ma di sicuro tornerà.

Non avrà vinto ma ha perso con stile Marianne Vos. L’onnivora è partita subito forte prendendo la maglia rosa senza aspettare gli arrivi, grazie agli abbuoni ai traguardi volanti, consapevole forse che le montagne non sarebbero state roba sua.

Alla fine, per lei la maglia ciclamino, tre tappe vinte e due secondi posti; per noi il numero di gran classe grazie al quale è rimasta in bici superando un avvallamento dell’asfalto nello sprint di Pontecagnano Faiano (vinto dalla Bronzini), e le rasoiate in discesa con cui se la filava verso il traguardo di Cerro al Volturno, dove ha vinto dopo oltre novanta chilometri di fuga. 

Delle italiane ci rimane l’ottimo Giro della Guderzo; se fosse un uomo diremmo che è un cagnaccio sicuri di farle un complimento, ma Tatiana è una signora e quindi ci limitiamo ai complimenti formali per la sua maglia blu di migliore italiana. Ci piace ricordare la sua ascesa al Beigua con Francesca Cauz, maglia bianca di miglior giovane, e Fabiana Luperini, che per noi rimane una guerriera dalle (quasi) quaranta primavere, a prescindere dai grammi in più o in meno.

Non sono nelle classifiche ma nei pensieri della gente Elisa Longo Borghini e Noemi Cantele. Elisa ha dovuto guardare la tappa che passava da casa sua da bordo strada per il noto incidente; il gruppo passando lì davanti le ha tributato un affettuoso omaggio che forse l’ha commossa, ma non ne siamo sicuri.

A Noemi è stato fornito l’assist dell’arrivo a Cerro al Volturno dove vinse nel 2009, ma lei non ha riacceso la luce. Speriamo sia solo una parentesi e che non stacchi definitivamente la spina. Sarebbe davvero un peccato, per lei innanzi tutto e per il ciclismo femminile.

Poi si potrebbe dire di Tiffany Cromwell dell’Orica, che ha provato un numero come l’anno scorso quando vinse dopo oltre 100 km di fuga, caduta in discesa per restare attaccata alla coda della Vos quando già i km di fuga erano un’ottantina.

E anche di Giorgia Bronzini, che un giorno arriva ultima e quello dopo arriva prima, cose che succedono anche a chi in bici non ci va. Ma soprattutto bisogna dire di Marina Romoli, madrina del Giro, che non era presente a Cremona ma che c’era eccome, sulle maglie delle ragazze per tutto il Giro e nel cuore di tutti anche adesso che il Giro è finito.

Queste e tante altre cose sono state il Giro Rosa, spettacolo andato in scena nella splendida scenografia del paesaggio italiano. Speriamo che gli strapagati uomini di marketing delle aziende capiscano le potenzialità di questo evento. Hanno un anno di tempo prima che le transenne delimitino il prossimo traguardo.

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