Ginettaccio, ci manchi

Bartali era nato il 18 luglio del ‘14, avrebbe oggi 99 anni. Lo stesso giorno nel 1949 a Briançon vinse la tappa e indossò la maglia gialla, alla vigilia dell’impresa di Coppi che il Tour vinse per la prima volta

Non si può non ricordare il compleanno di uno dei grandi miti del nostro sport: Gino Bartali. Fra i nati il 18 luglio ci sono personaggi di spicco come Nelson Mandela e Giacinto Facchetti, ma la loro è un’altra storia.

Quella di Ginettaccio resta qualcosa di indimenticabile. Io ho fatto in tempo a conoscerlo. Una volta lo invitai a una festa dello sport, dalle mie parti. A cena parlava soltanto lui, era un piacere ascoltarlo. Dopo la mezzanotte, quando gli chiesi se potevo accompagnarlo in albergo mi rispose che non si sentiva affatto stanco e che voleva divertirsi insieme ai giovani.

Davvero un uomo di ferro. Peccato che gran parte dei suoi compleanni sia stato costretto a festeggiarli non con la famiglia ma in corsa, al Tour. Il mese di luglio significava Grande Boucle e lui ne ha vinte due, a distanza di 10 anni l’una dall’altra. Lo storico trionfo nel 1948, all’età di 34 anni. Fu considerato una sorta di salvatore della Patria, divisa dai tragici fatti in seguito all’attentato a Togliatti.

E poi la storica rivalità con Fausto Coppi. Nemici-amici. Il 18 luglio 1949 è un altro giorno memorabile per il campione toscano, che a Briancon, in coppia con il suo rivale di sempre, vince la tappa e conquista la maglia gialla. Fausto vuole festeggiare il compleanno del vecchio Gino e lo lascia vincere. Lui sa che il giorno dopo, ad Aosta, realizzerà una grande impresa, conquistando definitivamente le insegne del primato e andando a vincere il primo dei sui due Tour.

Gino ha scritto pagine leggendarie che appartengono non solo alla storia del nostro sport ma anche a quella del nostro Paese. Durante l’occupazione dei tedeschi fu una importante staffetta per la Chiesa, a protezione di tanti ebrei. Brontolone, chiacchierone, mai spavaldo, buono e giusto.

Gianni Brera scrisse che aveva un santo protettore. E sicuramente la sua fede in più di una occasione lo ha sorretto. Ha corso fino a 40 anni. Lo chiamavano anche l’intramontabile. Soltanto nel febbraio del 1955, ormai prossimo alle 41 primavere, ha deciso di appendere la bici al chiodo.

Non si è mai fermato, continuando a seguire il Giro d’Italia in auto, come opinionista e testimonial di varie aziende. Quando lo speaker annunciava il suo arrivo, poco prima dei corridori, si alzava al cielo un boato, come se fosse lui il vincitore di tappa.

Firmava migliaia di autografi, distribuiva cartoline con la sua immagine-simbolo, quella più cara legata a una sua fuga solitaria al Tour. Sigaretta pendula fra le labbra, voce sempre più arrochita, non smetteva mai di parlare.

Ricordo che al mondiale di Imola, 1° settembre 1968, dopo la trionfale vittoria di Adorni, andai a cercarlo fra il pubblico e lo trovai. Avevo con me la sua biografia, intitolata La mia storia, edita della Gazzetta. Gli chiesi una dedica e lui sorridendo non mancò di farmela. Mi domandò da dove provenissi e io risposi timido: vengo da Comacchio. “Così giovane cosa ci fai qui? A proposito le hanno poi asfaltate le strade dalle tue parti?”. Non aveva mai dimenticato, quella volta, anno 1950, quando, invitato dai preti salesiani del mio paese, era venuto a Comacchio, accolto dal suono delle campane. Quel giorno dovette affrontare strade bianche polverose, come quando correva.

Il prossimo anno festeggeremo il centenario della nascita di Bartali. Un centenario da ricordare.

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