Mitri, fatidico il 12 luglio

Ventiquattro anni esatti dopo essere venuto al mondo a Trieste, Tiberio affronta al Madison Square Garden la sfida impossibile contro Jack La Motta. È il 1950, la fama non gli eviterà i guai

Dodici luglio 1926. Nel quartiere San Giacomo di Trieste nasce Tiberio Mitri. Dodici luglio 1950. Al Madison Square Garden di New York c’è in palio il titolo mondiale dei pesi medi. Tiberio si è appena sposato con Fulvia Franco, la bella miss Italia che gli ha fatto perdere la testa. Ben centomila sono i curiosi convenuti a Trieste per assistere al matrimonio del secolo tra i fidanzatini d’Italia.

“La mafia pensa che può essere una buona scommessa – ha scritto la collega Emanuela Audisio su Repubblica ricordando il grande campione friulano – : La Motta è il campione, “Toro scatenato”, Mitri, lo sfidante, ha 6 anni meno di lui. L’ordine è di puntare sull’angelo biondo, deve vincere lui. Ma la mafia non sbaglia quasi mai affare: vede un round, e cambia idea. Mitri non è di quelli che acchiappano la vita, ma di quelli che se la fanno sfuggire, perde ma resiste 15 riprese”.

Nel libro “La botta in testa”, che lo stesso Mitri scrive nel 1967 per i tipi del Carroccio, a proposito di quello storico incontro si legge: “Al nono round, il Toro mi aveva ancora in mano e mi colpiva duro non ricordo dove. Anche il decimo e undicesimo round furono suoi. Al dodicesimo Jack era stanco, tanti round a quel ritmo avrebbero stancato un bisonte. Ma io continuavo, mi buttavo nella mischia senza risparmio, incassavo, colpivo. Tiravo destri e sinistri senza scelta e non sentivo più i colpi del mio avversario. Le mani e tutto il resto non mi dolevano più. I colpi duri dell’inizio mi avevano fatto da anestetico e ora recuperavo”.

E ancora: “Davo tutto quello che avevo. Come quando uno vuol farsi perdonare uno sbaglio e si prodiga per rimediare. Non c’era tempo da perdere. In America bisogna allenarsi forte per rendere forte. Chissà se potevo rovesciare tutto. Ci provavo, tentavo e in quei round destavo ammirazione per il coraggio e basta”.

Sentiva la bolgia del pubblico: “La tecnica, lo stile, il gioco di gambe e le schivate li avevo buttati sin dai primi round, o erano stati demoliti a uno a uno dalla potenza del mio avversario. L’ho cercato e voluto io quest’incontro e adesso tiro al risparmio, mi butto e magari chiedo scusa? No, combatto e vado fino in fondo, se lui non mi sdraia. Ero stato marinaio, ero stato fascista e se non basta anche sfegatato e adesso giocavo con Jack una posta piu’ grande dell’interesse. Neanche l’orgoglio personale conta. C’era la responsabilità che mi ero assunta con quelli del mio paese”.

Finito il 14° round, il gonfiore all’orecchio era sceso a causa di una ferita allo zigomo: “La lotta era quasi finita e l’ultimo tempo tirammo fuori le energie del finale. Anche il moribondo trova dei momenti di lucidità prima di finire. Amen. Anche questo round era per lui. Avevo perduto una grande occasione. Le interviste. Scuse? Avevo perduto. Chiuso. Salutai”.

Dopo essere stato al Roosevelt Hospital per le lastre alla schiena e alla nuca, accertato che non c’erano fratture, gli venne il solito dubbio, che con le botte ricevute non potesse più fare l’amore. “Alla 74.a strada Fulvia mi aspettava, non riusciva a guardarmi in faccia, mi disse che le facevo paura. Orinai sangue. Feci un bagno caldo. Volevo fugare un dubbio, spensi la luce. Feci l’amore”.

La gelosia divorerà il nostro campione. La Franco rifiuterà il ruolo di protagonista nel celebre film di Michelangelo Antonioni, “Il Grido”. Tiberio e Fulvia si trasferiranno a Roma. Nel maggio del ’54 Mitri tornerà sul ring riconquistando la corona europea dei medi, battendo per ko alla prima ripresa l’inglese Randolph Turpin. Sei mesi dopo lo perde e si perde. L’ultimo match porta la data del 21 settembre 1957. Il bilancio è tuttavia lusinghiero: 101 incontri disputati, di cui 88 vinti, 7 pareggiati e 6 persi.

L’anno in cui chiude con la boxe chiuderà anche con la moglie. Si risposerà con un’americana. Alessandro, il primogenito avuto con la bella miss Italia, morirà all’età di 28 anni per una overdose di eroina. Ormai il nostro campione ha imboccato la strada sbagliata. Finirà in galera per droga. Emblematica la dedica in apertura del volume: “Dedico questo libro ai pugili arrivati e a quelli mancati. A tutti gli atleti che nello sport credono di aver trovato la via di scampo. Agli uomini che nella vita cercano se stessi, per tutta la vita. A coloro che credono di aver trovato la strada, ma che per il solito imprevisto la perdono. In fondo, lo dedico ai diseredati come me, che pur emergendo sono tornati alle origini. Tutto ciò che si crea con fatica in una vita, si può distruggere in dieci secondi”.

Lo troveranno morto un triste giorno d’inverno del 2001, nei pressi del ponte di Porta Maggiore a Roma, il corpo disteso sul binario della ferrovia.

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