Dario Betti – Piccoli segreti, raccontabili

A Milano ci rimango ancora due settimane, sino a metà luglio. Poi mi prendo una settimana di vacanza, la terza di luglio, e tiro il fiato. A seguire parto per la Francia, vado a Courchevel, in Savoia, dove non sono mai stato. Lì c’è buon ghiaccio che fa al caso mio, per allenarmi al meglio.

La montagna è un’esperienza molto occasionale. In ventidue anni sarò andato a sciare non più di tre volte. Mi divertiva farlo, in discesa, senza strafare, molto attento a non farmi male. Avrei potuto fare anche fondo, meno problematico, ma gli sci stretti, lo ammetto, non mi hanno mai affascinato.

Noi atleti, qualsiasi sia lo sport praticato, badiamo molto all’integrità fisica. E’ una priorità assoluta perché anche solo allenandoci stressiamo molto l’organismo, lo portiamo al limite e per questo dobbiamo avere cautela.

Ricordatevi che un affaticamento muscolare è quasi sempre figlio di ridotte difese immunitarie; una banale bronchite, se trascurata, dà un sacco di noie, ti costringe a fermarti. L’allenamento ha i suoi tempi, i suoi modi e l’ideale è non saltarne mai uno. Perché la preparazione tecnico-atletica gioca un ruolo essenziale ai fini della prestazione, in gara o meno.

Immagino che qualcuno mi compatisca, a questo punto: povero Dario che deve stare non solo sulle lamine (non semplice, garantisco) ma anche sul filo del rasoio. Io non vivo da asceta, ma so che se mi consento un’ora in meno di sonno perché mi voglio divertire questo non vuol dire che l’indomani non mi allenerò o me la prenderò comoda. Trasgredire si può sapendo che poi si rientra nelle regole. Non esistono le scorciatoie.

Ogni tanto mi chiedono che cosa io abbia fatto prima del pattinaggio a rotelle, per intero la mia vita sportiva sino a qualche mese fa. Alle medie già pattinavo ma ho fatto calcio per due anni, al Perugia calcio, perchè tutti i miei amici ci andavano e anche io ho provato. Ho provato per qualche mese anche pallavolo e rugby, ma pochissimo, quasi per sfizio. Alla fine ho scelto sempre il pattinaggio, mi riusciva bene, mi piaceva ed era uno sport individuale. Seguo tutti gli sport del mondo, sono appassionatissimo e… tifo Juve.

Non è un caso che io abbia scelto uno sport individuale. Vengo da un ceppo solido di gente molto sportiva. Mamma, si chiama Cecilia Mariottti, è stata una judoka di buon livello, campionessa italiana; suo fratello, mio zio, è stato commissario tecnico della nazionale paralimpica di judo.

Beh, potete anche non credermi, ma a me l’idea di fare judo nemmeno m’ha sfiorato. E non era nelle intenzioni dei miei che han sempre sognato che io facessi uno sport scelto da me. Lo ammetto, sono stato fortunato, ho sempre deciso io che cosa fare della mia vita, senza interferenze. Delle mie scelte ho fatto partecipi le persone della mia famiglia che le hanno condivise. La famiglia serve a dare rinforzo.

Ci sentiamo.

Dario Betti

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