Il nostro rugby letto da Jacques Brunel

Stavolta non si parla di Sei Nazioni e nemmeno del quadrangolare sudafricano, il Castle Lager Series che non va benissimo, ma della realtà di un fenomeno in crescita in Italia, a partire dalle donne

Ne potete leggere ampiamente su Phit, il bimestrale cartaceo sul quale il nostro Andrea Zavaglia continua le sue investigazioni con i commissari tecnici delle nazionali maggiori italiane. Questa volta è il turno di Jacques Brunel, il francese di Corresan che ha preso in mano il rugby azzurro, di cui vi diamo ampio resoconto.

Quando ci siamo confrontati conn Jacques Brunel il ct azzurro era di rientro da un tour in Sicilia dove aveva percepito “entusiasmo, partecipazione, moltissimi giovani coinvolti attivamente sui campi. Là dove ci sono i campi perché il problema delle strutture è cruciale per qualsiasi sport e il rugby non fa eccezione”. Il commissario tecnico francese che da un anno e mezzo guida la nazionale maggiore non ha dubbi: “I numeri confortano, in ogni caso, sono la testimonianza di una crescita costante, giorno dopo giorno”.

Negli ultimi anni è saiito a oltre 800 il numero delle società sportive affiliate alle Federazione, tra cui molte impegnate anche sul fronte femminile. Una piacevole novita, quest’ultima: “Il rugby femminile è una disciplina in crescita, importante per sviluppare sempre di più il nostro sport. Le Olimpiadi nella versione a Sette e i Mondiali in rosa dell’anno prossimo in Francia saranno una fantastica vetrina per le rugbiste azzurre. Ne approfitto per fare loro i complimenti per il Sei Nazioni che hanno disputato (quarto posto ottenuto grazie a due vittorie;ndr)”.

Piace a Brunel che la Fir porti il rugby nelle scuole, nel tentativo di ampliare la conoscenza dello sport fra i giovani e i giovanissimi. Perché proprio il rugby e non altri sport di squadra? Brunel spalanca un sorriso prima di rispondere: “È uno sport sano, divertente, con principi importanti come il senso della squadra e il sacrificio per il gruppo. Insegna valori fondamentali. Onestamente non trovo un motivo per cui non bisognerebbe mandare un bambino a giocare a rugby”.

Questione cruciale: cosa fa il rugby per rendere il mondo migliore? La risposta non si fa attendere: “A migliorare il mondo contribuisce chi si impegna nel sociale, chi aiuta i più deboli. Il rugby non è marginale a tutto questo, basti pensare alla realtà delle partite, agli spettatori che confluiscono negli stadi per assistere a una festa, non a una guerra tra fazioni contrapposte. Il tifo è la parte ulteriormente sana del fenomeno perché sugli spalti non ci sono mai intemperanze, conflitti fisici, al massimo sberleffi, ma tutto fiisce al fischio che conclude l’incontro. Il rugby è un mondo educato”.

Quali le attitudini comuni, senza distinzione di ruoli? “Sono fondamentali la propensione al lavoro, le qualità individuali, che possiamo chimare talento e la voglia di migliorarsi. Semplice da dire ma non facili da rintracciare”.

E i fiumi di birra? Qui Brunel ammicca: “Un mito radicato nell’ambiente. Trattandosi di giovani, è normale che si divertano dopo la partita o la sera con gli amici. Ma non è la birrà che fa il rugbista…”.

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