Rivera è tornato sui suoi passi

Aeroporto “Leonardo Da Vinci” Fiumicino. “Chissà com’è ora” dice Giulio a bassa voce. Un facchino si volta e dall’espressione sembra pensare a uno, lui, fuori di testa. Il display lampeggia un rassicurante “landed” a lato del volo proveniente da Washington. Giulio tira un sospiro di sollievo. Alla spicciolata incominciano a uscire i primi passeggeri, una signora dall’aria confusa che trascina una valigia su cui sono fissati una quantità enorme di gadget e foulard, un signore di mezza età con il viso rosso paonazzo e una pancetta alquanto pronunciata.”Avrà bevuto un po’ sull’aereo”, pensa Giulio.

Si intensificano le uscite e in mezzo ad un gruppetto di asiatici, saranno stati cinesi o giapponesi chissà, cammina un signore di statura media, capelli brizzolati che spinge un carrello con tre grosse valigie. ”Maronna! è isso” esclama Giulio, correndogli incontro. Si abbracciano, si guardano,”stai proprio bene” dice Filo con voce stanca. Si capisce che non ha dormito molto e avverte già i primi effetti del jet lag.

Filo D’Ascoli è partito tredici ore prima da Tampa diretto a Washington e dopo cinque ore ha preso un altro volo diretto a  Roma. Giulio è venuto a prenderlo con la sua auto per condurlo a Vairano, il loro paese d’origine nell’alto Casertano, ai confini col Molise e a pochi chilometri dalla provincia di Frosinone. Filo è emigrato negli Usa nel 1966, aveva poco più di sedici anni e una fidanzatina a cui aveva giurato eterna fedeltà. Le aveva promesso che dopo essere diventato cittadino americano l’avrebbe fatta venire a Providence, Rhode Island per sposarla. Le cose non andarono così. Filo era andato lì insieme a sua madre per lavorare nell’azienda di Mr Antonio, fratello di quest’ultima, il quale li aveva accolti con affetto inserendoli subito nel mondo a stelle e strisce.

In macchina Giulio gli fa: “Ti ricordi, ti chiamavamo Rivera, tu dicevi che il Golden Boy era dotato di tanta classe che da sola illuminava tutto il calcio italiano, nonostante Gianni Brera lo etichettasse spesso come abatino”. In effetti lui amava l’eleganza del fuoriclasse milanista, così diverso dagli altri calciatori italiani dell’epoca e poi Filo era l’unico tifoso del Milan in un micro mondo di juventini e interisti, anche per questo si sentiva speciale.

Era bravo a scuola, in italiano non aveva rivali, scriveva e leggeva in modo perfetto, i suoi temi erano piccole opere d’arte. Insieme ad altri amici, Pasquale, Gianni, lo stesso Giulio, si riunivano nella sartoria di Bruno che li sottoponeva a delle gare di lettura, dando poi votazioni che spesso erano oggetto di contestazioni vivaci da parte dei perdenti. Per questa gara di lettura Bruno utilizzava un libro di poesie di Cesare Pavese, “Lavorare stanca” e la poesia di apertura, “I mari del sud”, era la più letta.

Tra meno di mezz’ora raggiungeranno Vairano quando improvvisamente Filo estrae dal marsupio un foglio di carta sgualcito. “Vedi, ho conservato una traccia di quelle letture”, e inizia:”La città mi ha insegnato infinite paure: una folla, una strada mi han fatto tremare, un pensiero talvolta, spiato su un viso. Sento ancora negli occhi la luce beffarda dei lampioni a migliaia sul gran scalpiccìo.

”È proprio “Mari del sud”, dice Giulio.

A loro piaceva molto quella forma di poesia/racconto, dal contenuto oggettivo, realistico, antilirico vicino ai modelli di Gozzano e Walt Whitman, lontana da quella asfittica e cerebrale di stampo ermetico. Comunque, la vita scorreva lenta e sonnacchiosa nei pomeriggi vairanesi anni Sessanta e il Bar Puparuolo era un altro centro di ritrovo del gruppo di Filo e Giulio. Dio mio! Qualcuno avrebbe dovuto proibire questo genere di ritrovi. Gli anziani dicevano che erano luoghi per sfaccendati e sfaticati e che i loro genitori avrebbero fatto meglio a indirizzarli verso l’agricoltura piuttosto che mandarli a scuola con prospettive per il futuro poco rassicuranti. Il Bar Puparuolo, invece, era un posto speciale, Filo e Giulio lì potevano ascoltare le canzoni dei Beatles dal jukebox e discutere di tutto con Mario il titolare del bar.

Per loro Mario era un mito, nonostante non avesse niente di eccezionale, a loro piaceva la sua naturalezza nell’affrontare qualsiasi argomento, la sua capacità nel parlare la lingua dei Rom. Era particolarmente prodigo di consigli in campo sessuale dove sembrava possedere competenze straordinarie, almeno ai loro occhi.

Nei periodi estivi i ragazzi trascorrevano intere giornate al fiume, il Volturno dista un paio di chilometri da Vairano. In alcune giornate sembrava di stare a Scauri, tanti i bagnanti in cerca di refrigerio e l’acqua del Volturno era davvero fredda, le Mainarde dove il fiume nasce sono visibilissime da lì.

“Chissà se ricordi quella volta che abbiamo fatto quella gara con Pasquale al fiume?”  Giulio cerca di tenere sveglio l’americano. Filo, invece, gli chiede di fermarsi al grill di Pontecorvo, deve orinare, sull’aereo non è riuscito a farla. Dopo cinque minuti di sosta ripartono e Filo incuriosito gli chiede: “Quale gara?”  Giulio gli ricorda che avevano fatto una scommessa a chi veniva prima.” Oh Yes, a hand job contest”. Spesso si lasciava andare a espressioni anglo-americane, lo faceva senza accorgersene. “Ti ricordi chi vinse? Mi ricordo che discutemmo, forse pareggiammo, finì lì, allora non c’erano gli extra time”. Una risata di gusto da parte di entrambi chiude l’argomento.

“Non riesco a capire perché Galliani vuole per forza tenere in squadra tutti questi senatori, a me piace Sharaway e vorrei tutti giovani come lui”. Giulio gli fa notare che si chiama El Shaarawy e che il Milan a gennaio potrebbe prendere Balotelli. Sembra convincersi, ma poi riesplode:”Cassano non mi è mai piaciuto, meglio che sia andato via, fa troppe antics”.

“Farà anche troppe pagliacciate, come dici tu, ma è bravo”, lo rassicura Giulio.                                                                            

Sono arrivati, attraversano Vairano Scalo che è una frazione di Vairano Patenora, Filo non riconosce più il luogo che aveva lasciato anni addietro, ci sono più auto e negozi che abitanti. “Cosa è successo al monte Sant’Angelo?”. Giulio gli spiega che qualcuno ha voluto divorarne una parte per ricavarne un’ottima pietra per un cementificio.” È orrendo” ribatte. “Ormai da quella parte non si può più salire, hanno creato una parete di 150 metri”. “What a shame” è il laconico commento di Filo. Guardano con una punta di tristezza quel paesaggio a cui, entrambi, si sentono legati da un patto di mutua appartenenza. “Chi ha fatto questo scempio?”. Giulio riflette un attimo: “Il nostro silenzio e la nostra codardia.”

Dopo quarantatre anni in America, da dieci Filo abita a St Peterburg, Florida. I primi trenta li ha vissuti a Providence nel quartiere di Silver Lake, una sorta di Little Vairano, ora ha deciso di rifarsi una vita nel paese da cui è partito negli anni Sessanta.

Giulio lo ha aiutato a trovare una sistemazione, casa, mobili, elettrodomestici. Ora Filo è pronto a riprendere quel discorso interrotto tanti anni fa. In America ha tre figlie, un divorzio dalla loro madre e due nipotini. Gli anni vissuti laggiù non sono stati tranquilli. A diciassette anni era già sposato, a diciannove la prima figlia, a venticinque erano tre. Rapporto spesso burrascoso con la moglie, tipica americana aggressiva e despota.

Una gioventù vissuta tra pannolini maleodoranti da cambiare e la paura di essere inviato in Vietnam a combattere una guerra in cui un ragazzo italiano collocato senza volerlo a Silver Lake non voleva assolutamente essere protagonista. Non era un eroe, non amava le guerre, più volte in quegli anni rischiò di essere spedito a Saigon, fortunatamente le gravidanze della moglie e alcune conoscenze di zio Antony  gli evitarono di trovarsi faccia a faccia con qualche vietcong. Tristissimi gli anni successivi, fatti di liti e incomprensioni con la sua famiglia, culminati col divorzio. 

Nonostante tutto continuava a seguire il suo Milan attraverso la tv e i giornali, nel frattempo aveva anche imparato a apprezzare gli sport spiccatamente americani quali baseball e basket, diventando fan accanito dei Boston Celtics, basket e New England  Patriots, football americano.

Sono passati tre mesi, Filo sembra ben inserito nel tessuto vairanese, segue il calcio locale, qualche volta fa viaggi a Roma per poi ritornare dopo qualche giorno. Sicuramente non è appagato, ha ripreso a fumare, fuma tantissimo. “Diavolo, Filo, perché hai ripreso? E in modo così pesante, due pacchetti al giorno! “

Giulio scuote la testa, Filo non replica.

“Mi ci vorrebbe una compagna, non bellissima, una donna con cui parlare di cinema, di letteratura, d’arte, ma non dev’essere vecchia, non sopporto le donne vecchie.” Filo si confida a Giulio mentre aspettano il loro turno in un laboratorio di analisi. Giulio ha già fatto gli esami del sangue qualche mese prima, ma ha deciso di rifarli per accompagnare il suo amico. “So che non posso aspettarmi tanto qui, il tempo è passato, ho sessant’anni, ma il guaio è che me ne sento addosso a malapena la metà, sono normale?”

Giulio non riesce a fingere e gli dice che dovrebbe incominciare ad accettare la realtà. “Sei ancora un bell’uomo, maturo, non vecchio. Ci sono tante donne in giro di quaranta /cinquant’anni che farebbero al caso tuo. Ho visto come guardavi Elena, ieri al supermercato, ha solo ventidue anni, tua figlia Sarah ne ha più di quaranta. E che diavolo, non te ne rendi conto?”.

Filo non risponde, sa che Giulio ha ragione. E continuano a discutere di altri argomenti del tutto diversi, dove trovare un nuovo microonde, fare un viaggio in costiere, costiera Amalfitana ovviamente, per gustare la tipica ricotta e pere, farsi scrivere un quaderno di ricette di piatti speciali da Carmela, la donna che gli tiene in ordine la casa. “D’Ascoli” dice ad alta voce l’infermiera del laboratorio, Filo si avvia con qualche timore nella stanza del prelievo, guarda Giulio con l’aria di chi si sta recando al fronte. “E che cazzo, per un po’ di sangue fai tante storie, vai, ci sono cose molto più serie, vai, ti aspetto qui” gli grida dietro Giulio.

Settembre, un altro campionato è iniziato, la Juve sembra dettare ancora legge, il Milan stenta. Filo si è chiuso in sé, esce poco, passa intere notti su internet a chattare con il mondo e fuma tantissimo. Giulio di tanto in tanto va a trovarlo e lo invita ad uscire, ma ormai Filo ha preso la sua decisione, torna negli Usa. “Non sopporto più la vostra macchina burocratica, stamattina sono andato all’ufficio postale per ritirare una raccomandata, dopo tre ore ero ancora lì. La settimana scorsa mi ha contattato la compagnia telefonica, dovranno rifare il contratto, c’erano delle imperfezioni nel contratto iniziale. Sky continua a chiedermi delle cose che non capisco. Per vivere in Italia una persona normale deve avere un avvocato 24 ore su 24 disponibile per stare tranquillo. In America per ogni nuovo contratto esibisci la carta di credito ed è subito tutto pronto e operativo. Non riesco ad abituarmi al vostro ritmo, troppo lento e complicato.” Giulio stavolta non se la sente di contraddirlo.

Aeroporto “Leonardo da Vinci” Fiumicino. “Chissà se ci rivedremo ancora” dice Giulio con voce rotta. Filo non dà peso a quelle parole, vuole solo partire, al più presto. Il check-in è quasi immediato, sono arrivati presto, non c’è nessuno. Un abbraccio appena accennato e subito Filo entra nell’area in cui possono accedere solo i titolari di biglietto per l’imbarco. Giulio lo osserva fino al passaggio sotto il metal detector, poi scompare. Non si è girato, non ha  voluto rischiare di commuoversi, non ci sono più  margini  utili per ulteriori ripensamenti.

Ora Filo vive a Clearwater, nei pressi di Tampa, ha comprato una nuova casa e sembra tranquillo. Giulio lo sente di rado, ma gli basta sapere che conduce una vita serena, senza sussulti. Il tempo ha cancellato tutto, i legami con la terra d’origine sono solo ricordi custoditi gelosamente, nessuno può far ripartire quei momenti per un nuovo inizio. 

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