I miraggi del Giro

Che il Giro fosse qualcosa di speciale l’avevo capito dal nonno autorizzato a portarmi a vederlo. Niente scuola quel giorno.Fino ad allora il privilegio di non andarci si legava a uno zio, quando dalle nostre parti transitava la Mille Miglia. Lo zio, con me al fianco buono buono, la ritraeva per i suoi reportage fotografici. Era il suo mestiere.

Ricordo la perfetta organizzazione familiare in occasione del Giro del 1986, in particolare il corredo utile: quattro fogli di carta di giornale dai quali ricavare due cappellini - rigorosamente a foglio doppio -, una borraccia d’acqua per me, una di vino per lui, preparati dalla nonna, frutta e crostata casereccia.

La prima volta non capii molto dell’evento sportivo ma mi fu ben chiaro un dato: il Giro era una cosa da uomini.

Quel ricordo risale ai miei cinque anni. Undicesima tappa, Pesaro-Castiglion del Lago, Beppe Saronni quel giorno in rosa, ma a Merano, conclusione atipica di quel Giro, avrebbe vinto Roberto Visentini. Io tifavo solo per Francesco Moser per via del nome, identico al mio, e perché ai miei occhi era un mito. Altri ragazzini l’avevano eletto a loro idolo, c’era comunanza in quella baraonda a metà tra mondanità e fiera di paese.

Quest’anno il Giro è tornato di nuovo dalle mie parti. Ottava tappa, cronometro da Gabicce a Saltara con attraversamento del centro storico pesarese. Maglia rosa sulle spalle di Vincenzo Nibali. Aggirandomi per piazza del Popolo in attesa dei primi corridori, stavolta da ammirare uno per uno, avvertivo solo cambiamenti. Forse mutazioni.

Non è questione di nomi, quelli di allora hanno smesso da un pezzo, ma i corridori mi sono parsi meno umani di un tempo; anche le biciclette, sempre più tecnologiche e complesse, mi sembravano fuori posto.

Tra il pubblico niente più copricapi di carta di giornale, rimpiazzati da un “ kit Giro” composto da cappellino, maglietta, zainetto, gioco e quattro bracciali – tutto rigorosamente rosa – in vendita a dieci euro.

Sparita anche solo l’idea di rinunciare al pranzo del sabato sostituito da panini, bibita gassata e merendina confezionata, pur di non perdere nemmeno un istante della gara.

In un mondo di sovraesposizione mi sembrava quasi che il Giro fosse rimasto solo un evento mondano, colto da alcuni solo per apparire in diretta televisiva.

Mentre osservo, fra l’infastidito e il divertito, un gruppo di adolescenti che ingannano la piazza annunciando inesistenti corridori alle viste, d’improvviso avviene un sortilegio: gli adolescenti tacciono, un nonno mi chiede se posso far passare in prima fila il nipotino che si sistema in un baleno sulla sua sedia pieghevole.

Inizia un’attesa silenziosa e mi sembra quasi che tutta la piazza trattenga il fiato.

All’arrivo del primo eroe in sella al suo destriero di alluminio e carbonio la gente esplode di gioia. Guardo il bambino sul suo sgabello sgranare gli occhi e, per un secondo, devo trattenere l’istinto di sistemarmi il cappello di carta e cercare nei paraggi la sagoma di mio nonno.

di Francesco Bellardi

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