Beppe Viola, un papà speciale

La seconda delle quattro figlie, Marina, ha raccontato in un bel libro gli aspetti familiari (e pubblici) di un uomo eclettico che non aveva bisogno di maschere perché sapeva essere soltanto se stesso

Uguale a se stesso, si trovasse in Rai, da Gattullo (per lui il “gattullificio”, non il ritrovo sempre più chic dove oggi non si affaccerebbe) o a casa dove le sue donne, moglie e quattro figlie, ne reclamavano la presenza, più assidua di quanto gli consentissero gli impegni e le abitudini. Per dirla tutta, una persona vera e mai verosimile. Un timido come sanno esserlo i modesti (non per caso onesti) che vorrebbero continuare a essere spettatori della vita altrui e non protagonisti della propria.

A raccontare un Beppe Viola in parte inedito, personaggio pubblico e comunque un papà speciale, con pregi e difetti da accogliere in blocco, ci ha pensato Marina, la seconda delle quattro figlie (a scalare, Renata, Marina, Anna e Serena) che ha scritto un bel libro che non consente equivoci – Mio padre è stato anche Beppe Viola – nel quale logicamente non gli ha fatto sconti. Perché suo padre ha lasciato un gran vuoto, mai colmato, e chiunque gli volesse bene ancora oggi s’interroga sulla noncuranza di sè che lo ha portato a morire a soli 42 anni.

Non era ansia di vivere, imputabile  a chi avverte che non camperà a lungo, ma semplice voglia di vivere. A piene mani. Quando gli amici lo costrinsero in ospedale perché finalmente si curasse e gli nascosero i vestiti perché non scappasse, Beppe non esitò a farsi amica un’infermiera che glieli restituì, i vestiti, e se la filò. Ne rideva di gusto, raccontando l’episodio.

Scoprirete, leggendo, un papà molto poco severo (delega piena l’aveva Franca, la moglie, il muro maestro della famiglia, una donna molto speciale) ma intransigente: rispettoso delle regole, Beppe era intollerante alle bugie e al mascheramenti (“il bluff ci sta solo se giochi a poker”) perché “la vita ti presenta sempre il conto”. Detto da un giocatore incallito è quasi un epitaffio.

Tutto d’un pezzo, a volte anche troppo, Beppe. Significativo l’episodio della figlia Anna costretta a tornare a casa da sola da San Siro (stadio, non ippodromo) perché aveva chiesto “in quale squadra giocasse quello tutto vestito di nero”. Il problema è che Anna aveva 6 anni e Beppe l’accompagnò ai cancelli, le diede un biglietto della metropolitana e le indicò la strada per raggiungerla.

In casa, ma anche in agenzia, a Magazine, dava le multe in caso di strafalcioni e soprattutto per l’uso di frasi fatte, luoghi comuni che non sopportava. Nel libro ci sono figure mitiche, le storie del primo “marciapiede” (il lavoro, la professione, mai definita “carriera”, riservata solo “a chi la vuol fare”, i leccaculo), il rapporto con il “Babbone”, lo zio Vito Liverani, poi la sua gente, da Jannacci a tutta la tribù. E ancora il Giorgio, l’unico giornalista davvero cresciuto alla sua scuola. A chiudere, il capitolo dedicato al Guliano, un omone che non vi anticipiamo, di una simpatia travolgente.

Il libro vi scorrerà tra le mani per un paio d’ore, ma lo potete gustare anche a rate, e avete l’obbligo di rileggerlo quando vi sentite un po’ giù. Beppe è sempre stato un tipo di compagnia.

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 “Mio padre è stato anche Beppe Viola”, di Marina Viola – Feltrinelli  (pagg. 170, euro 14)

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