El flaco, un’apparizione

Quella volta la ricordiamo ancora adesso, uomini di mezza età con intatte le nostre passioni di ragazzi

 

Fine estate. Milano via Monte di Pietà. Pieno centro. Noi due, non più adolescenti e malati di calcio e delle sue icone, delle sue filosofie, dei suoi miti. Ragazze ne frequentavamo ancora poche, all’epoca e potevamo passare serate a disquisire su cross e parate, a litigare per Inter e Milan e su quale taumaturgo ne avrebbe risollevato le sorti, ad analizzare il perché Bearzot non aveva portato Beccalossi, per tutti il Beck, in Argentina. Già, perché era il 1978 e il Mundial aveva regalato all’Italia il quarto posto, e all’Argentina il titolo, grazie anche al suo allenatore. El flaco. Appunto. Cesar Luis Menotti.

Sapevamo tutto di lui, anche se eravamo stati troppo bambini nel suo passato di giocatore. Per noi era una figura già leggendaria come mister. Perché diceva che il calcio, come la vita, andava pensato e interpretato. E giocato come un lavoro di gruppo.

Perché amava i passaggi tra i giocatori, precisi come colpi di fioretto. Perché, lui che era un chimico mancato, credeva in un gioco scientifico. Perché nelle interviste non faceva nessuna concessione alla banalità. Perché aveva vinto e sollevato la Coppa al cielo.

Perché noi, ragazzi ancora vicini alle fiamme del ‘68 gli avevamo perdonato quel sollevare la Coppa al fianco del dittatore. Sapevamo che aveva giocato e vinto per la gente, che per un attimo avrebbe dimenticato gli orrori.

Che cosa ci facesse a Milano era un mistero. Ma non c’erano dubbi che fosse lui: l’avevamo visto troppe volte in televisione. L’eterna sigaretta all’angolo della bocca, il doppiopetto grigio un poco fuori moda, il capello lungo a sfiorare il colletto e le basette brizzolate, incongrue nella loro lunghezza.

Appena lo incrociammo un brivido sembrò percorrerci entrambi e la sua presenza in Italia spalancò immediati possibili scenari. Si sussurrava infatti che il suo contratto con la nazionale Argentina si stesse interrompendo dopo il Mundial.

- Hai visto? Ma quello è Menotti!-

La sua lunga camminata ci aveva già distanziato ma noi non potevamo lasciarcelo sfuggire. Lo rincorremmo e Gingio, il più sfrontato dei due e di fede nerazzurra lo chiamò:

-Mister, mister mi scusi. Verrà ad allenare l’Inter?-

Si fermò e ci fissò con sguardo blandamente divertito. Si prese una lunghissima pausa. Con gesto misurato si tolse di bocca la sigaretta, espirò una nuvola di fumo e poi disse: – Quien sabe…-

Cesar Luis Menotti non lascerà la Nazionale Argentina fino al 1982, in seguito alla sconfitta al Campionato Mondiale di Spagna. Dopo aver allenato vari club tra cui il Barcellona verrà in Italia solamente nel 1997, ad allenare la Sampdoria, da cui verrà esonerato dopo solo otto giornate. Attualmente è direttore generale dell’Indipendiente, squadra di Avellaneda, dell’area di Buenos Aires.

E ha smesso di fumare.

I due giovani protagonisti dell’incontro sono oggi un criminologo di fama nazionale e uno stimato chirurgo ortopedico. E ancora discutono su chi sia più forte tra Inter e Milan.

di Angela Borghi

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