L’inutile febbre dell’oro

Tifosi rossoneri, tifosi milanisti, stasera tifiamo per quelli gialli. Prendiamo a prestito l’inno della vecchia curva del Milan per dire che Milan-Roma dello scorso 12 maggio non è stato l’incontro tra i colori rossoneri e giallorossi ma un gialli contro bianchi che sapeva di calcio aziendale, di uniformi improvvisate, di gioco con “quello che ho che magari assomiglia a quello che hai tu”.

Ma se giustifichiamo quelli della Roma poiché in divisa da trasferta, viene molto più difficile comprendere gli stregoni del marketing di Milan e Adidas che hanno resuscitato la maglia color giallo oro già proposta anni fa e che è più simile alla tunica di certi sceicchi arabi che alla divisa di una squadra di calcio.

Al di là della perfetta inutilità di avere una terza maglia e di presentarla all’ultima giornata della stagione come antipasto per quella successiva, quando alcuni nomi e numeri saranno per forza diversi se non per spudorate esigenze commerciali, ci risulta davvero difficile comprendere cosa c’entri col Milan il giallo oro e temiamo un’epidemia di giallo scuro in un po’ tutta la prossima divisa della squadra, una specie di febbre dell’oro del cattivo gusto.

Fu fatta per il mercato americano, si disse la prima volta che venne proposta. E questa volta? Quale che sia il mercato di destinazione, non sarebbe meglio vendere lo storico ma soprattutto originale rossonero piuttosto di un giallo oro che col il nobile sudore dei Nostri diventa marrone fango, cromatico presagio di una caduta dalle stelle alle stalle che gli scaramantici vertici della società avrebbero già dovuto notare?

A guardare bene indietro poi, la maglia gialla è stata  portata al Milan negli anni ’70 da Enrico Albertosi detto il canarino, che volava da un palo all’altro con un maglione di quel colore mentre gli altri numeri uno erano ancora tutti o quasi vestiti di nero. E così volando “Ricky” vinse lo scudetto della stella, salvò il Milan dalla B e poi ce lo mandò con la vicenda del calcio-scommesse. Quello di Albertosi però era un giallo senza oro e soprattutto quella del Milan era una maglia Adidas senza bande sulle maniche.

Sì perché dopo qualche anno di oneste divise tutte rossonere, il diavolo è tornato a vestire Adidas e ha svenduto al cosiddetto sponsor tecnico le maniche: tre bande nere su fondo rosso ma anche tre bande rosse su fondo nero, una geniale mannaia sul cuore e sulla tradizione, condita con amenità tipo strisce rossonere solo frontali e altra roba brutta che hanno portato dritto alla stagione appena conclusa con la tremenda invenzione dei colletti bianchi che riprendono le bande sulle maniche. Di sicuro l’artista che ha avuto questa pensata non tifa Milan. E chi l’ha approvata?

Da dire che la divisa del vicino è almeno altrettanto inguardabile: Nike ha partorito per la Juventus la maglia Hello Kitty con cui ha battuto il record di oscenità detenuto da quella col fulmine tricolore sempre della Juve l’anno prima. In contemporanea ha proposto un biscione attorcigliato sul fianco dei giocatori dell’Inter, per renderli più aggressivi. Ma all’Inter sono così tanto avanti che quest’anno hanno sfoggiato una bella maglia rosso Cina e tanti saluti a tutti.

Insomma una simpatica galleria degli orrori in cui fantasie e colori si inginocchiano al dio marketing senza neanche troppa vergogna. C’è però una luce anche in fondo a questo tunnel: è bianca come la maglia del Milan che proprio cinquant’anni fa vinse la sua prima Coppa dei Campioni. Una maglia tutta bianca con i bordini rossoneri e senza sponsor, immacolata eppure carica di storia e di vittorie che sono il vero oro. Altro che giallo.

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