Voleva giocare anche Raul

Il campo in erba naturale è un bel colpo d’occhio, l’illuminazione buona, una cinquantina di spettatori aspettano il fischio d’inizio. L’arbitro esce dal suo spogliatoio, scuote la testa e fa notare che prima di iniziare bisogna fare uscire dal rettangolo di gioco quello spettatore che è entrato senza preventiva autorizzazione.
Si chiama Raul, è uno splendido boxer fulvo con chiazze bianche  sotto il collo e  grosse  zampe anch’esse bianche. Non vuole saperne di abbandonare il luogo dell’imminente contesa, forse si sente coinvolto, è pur sempre un cane-atleta, dotato di una elasticità invidiabile, originario di  terre teutoniche, e poi il nome di una delle due squadre lo fa sentire a casa.

Il custode con aria rassicurante dice: “Adesso ci penso io”, ma desiste subito poiché Raul gli mostra la sua dentatura aguzza e la mascella robusta, il boxer sa il fatto suo. Un ragazzo di circa 18 anni, di media altezza, criniera alla Balotelli, dice al custode che non è quello il modo di trattare un cane di siffatta nobiltà e gli intima di aprirgli il cancello d’ingresso, lui apre spazientito, quasi offeso: “Fa ‘n po’ come cazzo te pare” gli grida dietro, in umbro stretto. Il ragazzo si avvicina a Raul gli sussurra qualcosa, lo accarezza sotto la pancia, il “Brave Heart”, in balìa delle coccole del giovane eroe, esce dal campo tra gli applausi dei presenti.

Ora è proprio tutto pronto.

La gara si presenta subito gradevole, il Sassonia mostra un tasso tecnico individuale sicuramente superiore ai ragazzi di Nardi, ma sagacia tattica e grinta  dei Red Stone non lasciano spazi al Sassonia dove, tra gli altri, brilla un mio ex allievo di Coverciano: Riccardo Bocchini. La gara è avvincente, il risultato finale 1-1. Al termine i Red si abbracciano consci di aver fatto una mezza impresa, mentre i ragazzi del Sassonia hanno qualcosa da recriminare.                                                                                                                      

Sono in molti a dire che è stato un  capolavoro tattico del “gaffer” Massimo Nardi. Sostituzioni indovinate, marcatura alta molto proficua, geniali suggerimenti. Tutti elogi che fanno arrossire il Nardi. Qualcuno continua a discutere a bordo campo tirando in causa la vita privata dell’arbitro; poverino gliene hanno dette di cotte e di crude, ma lui non ha battuto ciglio, ha ben incassato e tirato dritto verso il suo spogliatoio.

I Red Stone di Bevagna, mi dicono, si autotassano per partecipare al campionato, non percepiscono alcun rimborso spese e si allenano con continuità e passione.

Alcune riflessioni: il calcio continua a soggiogarci anche in momenti  così duri e difficili per il nostro Paese, scandendo  attimi importanti  della nostra esistenza. Ma quale calcio può essere etichettato come “vero”? Esiste ancora uno sport puro? Dilettantismo e professionismo sono rispettivamente sinonimi,  il primo di purezza e il secondo di corruzione?                                                                                                                                        

Di sicuro l’unico calcio degno di essere amato  è quello che mantiene intatti i legami che noi tutti abbiamo con il sogno. Le ultime vicissitudini (scommesse e gare truccate) stanno facendo vacillare tantissimo questo nostro attaccamento nei suoi confronti. La morale non c’entra, il buonsenso sì.                                     

In proposito ricordo le parole del mio amico d’infanzia Lino Masi, politico di sinistra, la sinistra  sessantottina per intenderci, lui non ama il calcio, anzi lo odia: “ Il calcio non può essere avulso dalla realtà che purtroppo viviamo e in un momento di restrizioni come questo, è impensabile, offensivo e per certi versi  pericoloso sentire di stipendi astronomici percepiti da molti calciatori in Europa. Purtroppo, come la politica, il calcio non riesce a rinnovarsi nei  suoi vertici per poter poi apportare cambiamenti radicali. La casta è insediata in un fortino inespugnabile. Un impianto vecchio e logoro che somiglia tanto al sistema  piramidale medievale dei primi Normanni in Britannia, zeppo di servi sciocchi e di baroni arroganti, ancora più sciocchi degli stessi servi. È destinato a soccombere, vedrai entro un decennio finirà tutto. Così la smetterai anche tu di rincorrere sogni stupidi e infantili”.

Spero proprio che  non abbia per niente ragione e che sia soltanto un po’ catastrofico. In effetti non è mai riuscito a dare un calcio a un pallone, era proprio negato, ecco perché è così acido. Una volta lo facemmo giocare in una gara del campionato di seconda categoria, lo avevamo tesserato per burla, ma dopo un quarto d’ora il direttore di gara ci disse di tirarlo fuori altrimenti lo avrebbe fatto lui.

In quel quarto d’ora aveva dato una gomitata al portiere avversario, strappato la maglietta del centravanti e aggredito verbalmente il presidente della squadra ospite. Lo chiamavamo e lo chiamiamo ancora:  “Stalino”  per la sua forte fede politica, si vantava di aver frequentato negli anni Settanta  la scuola di partito a Bologna e conosceva solo un avversario da battere a tutti i costi la Democrazia Cristiana.

Poi la DC si è battuta da sola e ulteriori “colombe bianche” sono apparse sullo scenario politico italiano sotto altre spoglie. Ultimamente “Stalino” nelle sue argomentazioni cita spesso aforismi, l’ultimo: “Adoro i partiti politici, sono ormai gli unici luoghi rimasti dove la gente non parla di politica”. Lui fa intendere che è suo, ma ho scoperto per caso che appartiene a Oscar Wilde. Non glielo dirò, non voglio ferirlo. Comunque il calcio non può permettersi etichette politiche e dei cambiamenti dei partiti non deve occuparsene in quanto appartiene a tutti a prescindere dalla fede politica e religiosa, dalla condizione sociale e dal colore della pelle. Forse i Red Stone di mister Nardi ci stanno  indicando la via giusta da seguire.                                                                                                                      

E allora, “come on” ragazzi di Bevagna, diteci ancora che il calcio è in grado di produrre pura poesia e rassicurateci che il legame tra “il bel gioco” e il sogno rimarrà a lungo inscindibile.

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