Viaggio nel calcio Usa, amato e odiato (2° parte)

Il tragico caso dell’arbitro Portillo, colpito a morte da un giocatore espulso, alimenta il dibattito contro il soccer, disciplina che si sposa alla violenza. E le altre Leghe professionistiche soffiano sul fuoco

Le dinamiche descritte nella prima puntata non sono assolutamente indolori, né limitate agli àmbiti dello sport o del folklore. L’espansione del calcio non è vista positivamente – com’è ovvio – dalle altre Major (NFL, MLB, NBA, NHL), ma, in questo senso, la battaglia è puramente economica e di concorrenza. Il problema è che l’avversione al calcio è divenuta per alcuni gruppi il grimaldello per criticare i mutamenti della demografia statunitense: con riferimento all’incipit sul razzismo culturale (e non solo), il soccer è visto come un fenomeno non americano, né – paradossalmente – anglosassone, bensì come un’attività che, in quanto praticata soprattutto dai latini sudamericani e dell’Europa meridionale (già che ci siamo mettiamoci anche greci e turchi…) è portatrice dei difetti e dei vizi stereotipati di quelle popolazioni.

La questione è molto delicata e converrà approcciarla tramite la breve analisi di un fatto di cronaca. Recentemente lo Stato dello Utah è stato funestato da un episodio che ha colpito l’opinione pubblica dell’intero Paese: un arbitro di calcio, Ricardo Portillo, 46 anni, di Salt Lake City, è morto dopo essere stato colpito durante una partita da un giocatore 17enne che era appena stato espulso.

Se da un lato alcuni osservatori hanno derubricato l’accaduto a “semplice” atto di violenza scaturito nella cornice di un ambiente difficile (il campo era in un sobborgo della città), dall’altro lato c’è stato chi ha subito elevato i toni puntando l’indice contro il calcio, ritenuto una disciplina implicitamente violenta. Sui maggiori siti di informazione statunitense si è aperto un dibattito molto acceso e “Sportivamente Mag” ha monitorato per alcuni giorni la vicenda. 

Il quesito principale era se il soccer conduca al sangue e se vi sia naturalmente connessione tra il pallone e ambienti nei quali la violazione della legge è la regola.

IL DIBATTITO IN INTERNET – A sostegno della teoria sono stati portati gli esempi degli scontri negli stadi in Sudamerica e in Europa. «Il problema, – ha scritto un lettore sul sito della CNN, – è che nel calcio la disonestà è prevista e tutelata. Anzi, i giovani sono spinti a simulare, a gettarsi in terra al minimo contatto con l’avversario, a confermare il detto spagnolo secondo il quale ‘chi non piange, non ottiene il latte’»: due piccioni con una fava, cioè la critica del calcio e la stoccata ai latini, rappresentati dalla Spagna, quasi essa fosse la terra selvaggia dei toreri e della “Carmen” di Bizet esaltata da Nietzsche.

Uno degli argomenti addotti più frequentemente dai critici del pallone, sia sul portale della CNN, sia su quello di ESPN, è che non ci si possa aspettare che uno sport diffuso tra strati bassi della popolazione e membri di gang delle suburre abbia leggi diverse dai regolamenti di conti per strada. Altri ancora sul portale della Fox invitano a bandire il soccer dalle scuole, perché, se per un bambino è normale ispirarsi al proprio idolo, «emulare personaggi negativi come Cristiano Ronaldo e José Mourinho implica transitare al lato oscuro dello sport».

Niente da obiettare sul fatto che dai calciatori provengano spesso e volentieri esempi controproducenti e non edificanti, però non dimentichiamoci di O.J. Simpson e Mike Tyson, dello scandalo doping nel baseball o delle bravate di certi atleti a stelle&strisce (notizia recente: Titus Young, giocatore di football, è stato arrestato per tre volte in una settimana).

In alcuni casi, il clima della discussione si è arroventato con l’intervento in particolare di ispanici che lamentavano l’ostilità nelle rispettive comunità contro il gioco del calcio praticato dai ragazzi. Curiosamente, la questione non si pone per le squadre femminili.

LA DIFESA DEI TRUE AMERICANS – A riguardo, negli ultimi anni non sono mancati episodi di sindaci che hanno ordinato l’abbattimento di campi di pallone abusivi frequentati da figli di immigrati per sostituirvi strutture per il baseball, con l’invito a trovare la concordia nella sintesi attraverso lo sport più seguito negli Stati Uniti.

Il tentativo di esasperare la coincidenza tra calcio, minoranze etniche e valori negativi è giunto fino al sollevamento della responsabilità britannica per la codificazione della disciplina: «Il football, come lo chiamano loro (e hanno ragione perché si usano i piedi, non le mani, a differenza del nostro football) è stato un errore per l’Inghilterra. D’altra parte, gli inglesi hanno inventato quasi tutti gli sport moderni. Però si sono riscattati con il rugby, un gioco da criminali praticato da gentiluomini, mentre il calcio è un gioco da gentiluomini praticato da criminali. Infatti il calcio è amato in Sudamerica (comunisti) ed Europa (Germania, Italia, Spagna, Grecia: fascisti)».

Alcuni commentatori, appartenenti a sedicenti e improvvisati comitati contrari al calcio, hanno tentato di motivare la negatività del pallone attraverso una serie di tesi biasimevoli, alcune delle quali conviene riportare per chiarezza. In particolare, il calcio – che non sarebbe uno sport, ma una semplice attività ricreativa – inviterebbe alla violenza d’ispirazione fascista, si baserebbe sull’inganno e non sarebbe un gioco oggettivo, in quanto il cronometro è continuo e l’arbitro deve sanzionare rigori, fuorigioco ed espulsioni (da Soccersucks.net).

Esiste poi una tendenza ancora peggiore, quella che giudica il calcio come un esempio del declino degli Stati Uniti, in quanto starebbe conducendo oltreoceano il germe europeo dell’egalitarismo e dell’omosessualità. Di per sé, il seppur ampio numero di sostenitori di questa idea mi sembravano dapprima un branco di cani sciolti. Ripeto: ampio, ma non organizzato. Invece, dopo una ricerca più approfondita, ho trovato siti, pubblicazioni o semplicemente interventi di personalità pubbliche che sostenevano un’idea sintetizzabile in quattro punti con le parole del prof. S.H. Webb, del Wabash College.

Il calcio starebbe rovinando gli Stati Uniti non tanto per la violenza che conduce negli stadi, quanto perché in primo luogo si pratica con i piedi, quindi non con l’uso di quel pollice opponibile che ci rende uomini, ma con gli arti inferiori, laddove la “pedata” è un gesto istintivo di disprezzo e l’attenzione per i piedi è fonte di perversione sessuale: privando i giocatori dell’impiego delle braccia si crea un gruppo di amputati che può vincere solo attraverso il collettivismo comunistico e nel quale ciascuno è costretto a contare per uno.

Al contrario del baseball e del football, il calcio non formerebbe il carattere. Anziché convincere i bambini che il mondo è un grande Far West nel quale si deve combattere duellando per sopravvivere, il pallone rende deboli e buonisti. Il calcio, poi, sarebbe un’invasione straniera europea, attraverso la quale arriverebbe negli Stati Uniti l’idea che difendendosi si possa vincere una partita: il trionfo del senso della morte e della fuga del Vecchio Continente.

Infine, la questione di genere: il soccer è uno sport femminile nel quale è necessaria una buona dose di astuzia e di malignità – qualità in rosa – mentre ai maschi si addicono la forza e lo spirito guerriero.

IL PERCORSO È AVVIATO? – La morte di Portillo ha riaperto il dibattito sull’opportunità che il calcio sia considerato la prossima e migliore frontiera da conquistare. Nel nostro breve viaggio nei siti d’informazione statunitensi abbiamo colto una profonda divisione tra sostenitori e avversari del pallone, talvolta addirittura con tesi deliranti e d’inaudita violenza sociale. Tra i detrattori del soccer, ci è parso di individuare due tendenze, non del tutto estranee, ma nemmeno necessariamente connesse, se non per un comune sentire: il calcio è un fenomeno esterno d’importazione che non si armonizza con l’american way of life. Da un lato, infatti, ci sono statunitensi che, semplicemente, non capiscono questo sport, così lontano dalle meccaniche tipiche delle discipline a stelle&strisce, a cominciare dalla continuità tra le fasi d’attacco e di difesa.

Dall’altro lato, invece, c’è chi si oppone al calcio per motivi puramente sociali, politici ed economici: lo sviluppo poderoso del soccer toglie risorse alle altre Major, ma, come abbiamo poc’anzi accennato, è parallelo anche alla modificazione del tessuto demografico statunitense, nonché a un ampliamento della globalizzazione in senso opposto rispetto a qualche anno fa.

Alla modificazione dei gruppi sociali negli USA corrisponde anche una modificazione dei gusti. E non tutti in America sono favorevoli a cambiamenti culturali che sono ormai inarrestabili. Se la prima potenza mondiale – e il processo è avviato – divenisse un contesto primario del calcio professionistico mondiale non solo dal punto di vista commerciale, la FIFA dovrà essere pronta alle nuove sfide, perché, forse, proprio allora il pallone potrebbe assurgere a un nuovo livello di integrazione sistemica internazionale e transnazionale, una dinamica che richiederebbe una lungimirante e oculata capacità di governo.

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