Viaggio nel calcio Usa, amato e odiato (1° parte)

Si parte dall’analisi socio-economica del soccer con i suoi aspetti controversi: da sport prevalentemente femminile a fenomeno di massa con quattro milioni di tesserati e venti milioni di praticanti

Probabilmente gli Stati Uniti restano tuttora, almeno da un punto di vista culturale, un Paese con forti tendenze razziste, ben disposto ad accettare nuove leve dell’american way of life, ma generalmente poco propenso ad apprezzare fenomeni considerati estranei alla cultura nazionale quando questi raggiungano livelli di popolarità e di produzione economica tali da mettere in dubbio equilibri e tradizioni politiche.

In questo senso, il calcio non costituisce un’eccezione: ritenuto fino a qualche anno fa uno sport prevalentemente femminile (soprattutto perché non richiede uno sviluppo eccessivo degli arti superiori), il soccer ebbe una straordinaria diffusione tra ragazze e studentesse negli anni a cavallo delle Olimpiadi di Los Angeles del 1984, con il numero delle praticanti che triplicò tra il 1980 e il 1990 da 40mila a 120mila e la Nazionale due volte campione del mondo.

Senza addentrarsi nella storia e nell’organizzazione del calcio statunitense, ma solo restando su dati demografici, un altro punto di svolta per questo sport fu il 1994, in occasione della Coppa del Mondo FIFA ospitata proprio negli Usa. Il successo fu straordinario e gli ingenti investimenti avviarono una poderosa diffusione del calcio, al punto che oggi i tesserati statunitensi sono oltre 4 milioni, ai quali devono essere aggiunti circa 20 milioni di praticanti occasionali o amatoriali. 

Secondo alcune stime, il 30% dei nuclei familiari negli USA ha almeno un calciatore, cosicché il soccer sarebbe secondo solo al baseball. Questi dati devono necessariamente essere integrati con altri che illustrino quanto il fenomeno stia diventando davvero pervasivo nel Paese: secondo la National Federation of State High School Associations, il pallone è il quarto sport più praticato dagli studenti delle scuole superiori, statistica che proietta gli Stati Uniti al primo posto al mondo.

Tutto ciò, ovviamente, ha un importante ritorno economico: basti pensare che solo nel 2009 il circuito dei diritti televisivi ha prodotto 126 milioni di dollari e che la rete NBC ha acquistato l’esclusiva della Premier inglese per il triennio 2013-2016 al costo di 250 milioni di dollari.

Quali sono i motivi di questo successo del calcio negli Stati Uniti? A parere di chi scrive, tre sono i fattori ben precisi – e tra loro interconnessi – da tenere presenti, ossia: l’impatto culturale contemporaneo del soccer, le dinamiche demografiche e le tendenze economiche.

Cominciamo con una nota che anticipa i concetti a breve esposti: riprendendo gli introiti dei diritti televisivi, emerge che tra i $126 milioni del 2009, ben 50 milioni provengano dal campionato messicano. Il calcio non è uno sport statunitense, poiché la sua codificazione è britannico-europea. Dal Vecchio Continente, lo sport si è poi diffuso nel resto del mondo, soprattutto in Paesi e in realtà tendenzialmente povere o, comunque, con scarse capacità economiche, poiché l’equipaggiamento per il calcio è senz’altro tra i meno dispendiosi, potendo anche essere costituito – lo sappiamo tutti – da un giornale accartocciato e quattro sassi al posto dei pali. La Storia ha poi dettato il proprio percorso, rendendo europei e sudamericani maestri della disciplina, africani e asiatici grandi appassionati (in evidente ascesa tecnica ormai da anni).


IL FATTORE DEMOGRAFICO – Il calcio negli Stati Uniti ha subìto uno sviluppo imponente soprattutto grazie agli immigrati dal Sudamerica e, in misura minore, dall’Africa, i quali hanno trovato un punto di contatto con le generazioni di europei già presenti. Le “minoranze” etniche hanno contributo per circa il 90% all’incremento demografico degli USA tra il 2000 e il 2010: solo gli ispanici sono passati in dieci anni da 35 a 50 milioni, con una tendenza che, secondo “The Wall Street Journal”, li renderà la maggioranza della popolazione statunitense già intorno al 2040.

Tradizionalmente, i cosiddetti latinos non seguono né il football (prerogativa di maschi bianchi e neri, di età e cultura media), né il basket (popolazione più eterogenea, ancora maggioranza di afroamericani e bianchi), ma preferiscono il baseball – disciplina nella quale i Paesi centro e sudamericani hanno grandi campioni – e, appunto, il calcio.

La situazione è ancora più evidente per le prime generazioni di immigrati africani, i quali difficilmente si avvicinano ad altri sport oltre il calcio, per questioni puramente culturali e di tradizione. Un discorso a parte per i gruppi asiatici, meno interessati allo sport, però, secondo la provenienza e il livello di integrazione, generalmente più propensi al baseball e al calcio.

 

GLI ASPETTI ECONOMICI – Il mercato del soccer è quindi destinato a crescere in spettatori e praticanti, considerato persino che, a differenza per esempio del football, il gioco non richiede costituzioni fisiche particolari, né altezza o peso considerevoli, elemento che incoraggia anche individui mediamente più esili o di statura meno elevata.

A una maggiore diffusione, tuttavia, contribuisce da un punto di vista economico lo stesso costo più ridotto dell’equipaggiamento per la pratica del calcio (in media 110 dollari secondo “Forbes”) rispetto all’attrezzatura per l’hockey ($530) e quella per il football ($550). Spese contenute sono anche quelle per pallacanestro e baseball, tuttavia in questo senso emerge il fattore culturale cui si accennava poco innanzi.

Restando in tema economico, c’è un’altra interessante teoria sull’incremento costante dell’interesse per il calcio da un punto di vista commerciale e, anche in questo caso, è chiamato in causa nuovamente l’elemento etnico-culturale: secondo alcuni osservatori, il valore medio della pubblicità in televisione sta progressivamente scemando, perché gli spettatori – soprattutto i bianchi della classe media – sono sempre meno persuasi dagli spot e, addirittura, userebbero le pause durante le trasmissioni per altre attività.

Il baseball e il football, con le loro frequenti interruzioni, sembrano quasi discipline modulate appositamente per il marketing televisivo, ma un’ampia percentuale degli utenti sta cominciando a trovare sgradevole l’eccessiva presenza pubblicitaria, al punto da non riuscire a seguire ininterrottamente una partita dall’inizio alla fine senza cambiare canale. Il calcio, invece, permette di concentrare gli spot nell’intervallo, inserendo durante il tempo di gioco un numero limitato di promozioni.

THE SOCCER GENERATION – Infine, consideriamo che la base dell’esplosione del fenomeno soccer negli Stati Uniti, come si è visto, sia da porsi più o meno tra il 1984 e il 1994: le ragazze e i ragazzi cresciuti in quel decennio adesso hanno un’età compresa approssimativamente tra i 40 e i 25 anni, ossia sono nel periodo dell’ingresso nel mondo del lavoro e della costruzione di una propria famiglia. Ciò vuol dire che la soccer generation (da non confondersi con le soccer moms) ha adesso gli strumenti per trasmettere la propria passione sia ai figli, sia al resto della società tramite iniziative commerciali, sportive e politiche.

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