Colpi di testa (non figurati)

I traumi ripetuti non sono innocui, possono procurare lievi deficit cognitivi, pur in presenza di palloni molto più leggeri di quelli di un tempo che diventavano macigni quando erano zuppi di pioggia

Un tempo, sino a quarant’anni fa, si pensava che i traumi a carico dei calciatori quando colpivano di testa fossero legati ai palloni dell’epoca, di cuoio e stringati, che diventavano macigni quando s’inzuppavano d’acqua. Il fango anche allora non aiutava. Qualche giocatore ne usciva stordito, in particolare su rinvii potenti che colpivano al capo da distanza ravvicinata.

Non a caso i calciatori di maggior talento, a volte fisicamente inadeguati (Gianni Rivera era un buon esempio, Mariolino Corso sul versante opposto pareggiava il conto), evitavano quel gesto tecnico, preferivano giocare con la testa in senso figurato.

Oggi, con palloni più leggeri che la pioggia non appesantisce più, sino al verdetto dell‘Università del Texas si parlava di microtraumi sostanzialmente innocui. Così non è e i ricercatori statunitensi l’hanno dimostrato, grazie a un’indagine svolta da Anne Sereno, dell’Health Science Center dell’ateneo texano.

In base allo studio, chi colpisce ripetutamente di testa il pallone ne risente a livello di capacità cognitive. I risultati dell’indagine – dal titolo chilometrico: “Evidence of Cognitive Dysfunction after Soccer Playing with Ball Heading Using a Novel Tablet-Based Approach” – sono riportati dalla rivista Plos One.

La ricerca si è basata su tablet e applicazioni volte a misurare quanto l’impatto dei colpi di testa di scarso impatto (quindi non lesivi) incidano sulle facoltà capacità mentali degli atleti. Chi gioca a calcio, insomma, è meno pronto ed efficiente di chi svolge altre attività sportive che non coinvolgono la testa. Lo hanno determinato alcune attività svolte sui tablet, utili a valutare le abilità cognitive.

Gli studiosi hanno utilizzato come test di verifica l’abilità ai videogame di due gruppi, il primo formato da studentesse che praticano il calcio, il secondo di coetanee che non scendono in campo. Dalle risposte è emerso che il primo gruppo ha una maggiore lentezza nelle risposte cognitive alle abilità di concentrazione richieste dal videogame. E questo per l’incidenza di ripetuti, ancorché lievi, traumi concussivi al cranio.

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