Torino di nuovo Capitale

Il neonato Museo dello Sport solennizza il rango del capoluogo piemontese, proclamato Capitale Europea dello Sport 2015

Torino è tornata Capitale, quantomeno dello sport. Nessun’altra città italiana poteva fregiarsi del titolo, dopo essersi regalata il primo Museo dello Sport, trasversale a ogni disciplina. Non Roma, non Milano. Tanto che l’Europa ha subito proclamato Torino Capitale Europea dello Sport 2015.

Onorato Arisi ed Elena del Greco hanno scelto la città incoronata dalle Alpi per donarle una nuova gemma. Già fondatori del Museo Inter e Milan allo Stadio di San Siro, il primo vero Museo italiano allestito all’interno di uno stadio, hanno alzato il tiro lanciando la loro sfida in tutti gli sport , col coraggio incosciente di chi crede e vuole realizzare, in solitaria, un’impresa grande.

Così il calcio non bastava più e al sontuoso menù hanno aggiunto: atletica, automobilismo, pattinaggio, hockey, nuoto, spada, tennis, basket, pugilato, judo, golf, pallavolo, ciclismo e il dolce, dolcissimo gusto delle imprese al limite (Fogar e Soldini).

Il Museo mostra la sua faccia migliore nei cimeli unici ed originali; nella loro ricerca semplice e sofisticata, nella scelta, nella suggestione e nel loro “profumo” di impresa, di sudore e fatica.

Vedere, toccare e poi immaginare la slitta di Ambrogio Fogar scivolare sul ghiaccio, tirata da Armaduk, nello sforzo vano di raggiungere il Polo Nord o la cerata di Giovanni Soldini, sferzata e bagnata dalle acque gelide e salate dell’oceano. Sfiorare le maglie iridate di Moser o Gimondi e commuoversi davanti a quella rosa di Pantani. E quando capita a noi semplici umani?

Dire quanti campioni del Mondo e d’Europa siano rappresentati diventa difficile, così come contare le medaglie olimpiche, d’oro d’argento o di bronzo. Non parliamo poi di quanti titoli italiani! Potremmo tirare a indovinare o contarli velocemente: forse decine? Un centinaio? O molte centinaia? La matematica è sempre fredda, manca di emozioni.

Colpisce di più conoscere la storia di Adolfo Consolini, l’uomo che non voleva smettere di lanciare dischi e che si rilassava solamente suonando la fisarmonica, o lo sguardo di Barbara Fusar Poli che incenerisce il partner Maurizio Margaglio dopo aver perduto per sempre la medaglia olimpica per un banalissimo errore a fine esercizio proprio sul ghiaccio amico. Il costume di Maurizio sembra ancora stupito, meravigliato, deluso e i suoi lustrini somigliano a lacrime di dolore olimpico.

Tutto questo e molto altro di più ora se ne sta li, sotto la curva Maratona dello Stadio Olimpico di Torino, all’ombra della fiaccola olimpica più alta d’Europa disegnata da Pininfarina e spenta dopo i Giochi invernali del 2006.

Adesso può metaforicamente, tornare ad illuminare il cielo di Torino, indicare la strada dello sport vero per raccontare le storie più belle e a volte sconosciute, ricordo ed esempio di qualche cosa che non morirà mai, perché dietro ad ogni campione più o meno grande, si nasconde, in ogni tempo, un essere fatto di cervello, cuore, muscoli e sogni ed è assolutamente vietato calpestare i sogni.

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