Ho sperato che fosse un romanzo

In Mar del Plata di Claudio Fava la metafora della morte per un silenzio è molto forte ed emozionante, un autentico monito

Fino all’ultima pagina ho sperato che le recensioni, l’autore e l’editore avessero usato la veridicità del romanzo come effetto pubblicitario. Speravo nella spiegazione finale, i personaggi e interpreti sono liberamente ispirati e inventati dallo scrittore.

Purtroppo no, è tutto vero.

Così ripercorro di nuovo le strade dell’Argentina della fine anni 70 in piena dittatura, le strade descritte da Massimo Carlotto (Le irregolari, Buenos Aires horror tour) e tutto l’orrore della dittatura di Videla.

Si parla molto di Argentina in questi giorni, il nuovo Papa ha focalizzato l’attenzione su questo paese così vicino all’Italia per motivi di emigrazione, con un abitante su tre che ha origine dalla nostra penisola. Non si può raccontare l’Argentina senza ricordare queste tristi vicende.

L’uscita di “Mar del Plata” di Claudio Fava sembra coincidere con coerenza portandoci al ricordo della scomparsa di migliaia di argentini. Lo sport e gli sportivi non potevano esentarsi e scampare agli omicidi di stato.

Il rugby riesce a emergere in queste vicende come uno sport dove una scintilla più forte rende i suoi atleti più intransigenti e più rassegnati a un destino (meta) che non si può cambiare. Gli atleti scelgono di rischiare la morte pur di giocarsi il campionato. Il regime li accontenterà togliendo loro la vita.

La metafora della morte per un silenzio è molto forte ed emozionante, un monito per questo momento di raccoglimento che nei nostri stadi non trova sempre il dovuto rispetto. Il silenzio che urla il dolore è un messaggio che Claudio Fava ci lascia per riflettere anche sui silenzi di casa nostra (mafia e stragi).

Tutto vero.

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