Lance Armstrong, il paragone sbagliato

Il texano cancellato dal ciclismo per doping spera di essere perdonato dagli americani come il presidente Clinton, incauto nel non ammettere la sua “relazione” con la stagista Lewinski

Grazie a Lance Armstrong, che sta cercando in ogni modo di farsi perdonare le sue mistificazioni, tornano in auge l’ex-presidente Bill Clinton e la sua relazione “a sfondo sessuale” (espressione memorabile, degna di essere incorniciata) con l’allora stagista del Dipartimento interno della Casa Bianca Monica Lewinski, oggi un’affermata psicologa.

La storia del 1995 non avrebbe avuto alcun rilievo se Clinton avesse detto la verità di fronte alla Commissione d’inchiesta. Invece negò tutto e rischiò l’impeachment, visto che gli statunitensi non sopportano chi mente.

Il presidente Clinton, al suo secondo mandato, ne uscì senza conseguenze, soprattutto non dovette rispondere dell’accusa di spergiuro.  L’opinione pubblica Usa perdonò la “scappatella”, compatì Hillary (la moglie del presidente) e tutto finì in archivio, da dove l’abbiamo rispolverato.

A questo precedente si aggrappa Amstrong, nel tentativo di uscire pulito dalle sue vicende sportive. E magari riabilitato, come ha dichiarato al magazine Texas Monthly: “Alla fine la gente perdona e dimentica. E ricorda quello che hai fatto di buono”.

A chi lo intervistava, che gli obiettava quanto fosse difficile rimontare la situazione, vista la gravità degli addebiti – tutti da provare, sia chiaro, visto che non c’è alcuna confessione resa di fronte alle autorità sportive e a quelle giudiziarie – il 41enne ex-campione replicava: “Il presidente Clinton c’è riuscito, lui gode del massimo rispetto nonostante gli scandali del passato”.

E ancora: “Clinton ama lavorare, ama la gente, ama l’azione. È un mio eroe: è un duro, è intelligente, si circonda di persone valide. Potrebbe capitare anche a me, questo almeno mi auguro che accada”.

In questo momento, avendo confessato quello che gli pareva utile in sede televisiva, la trasmissione di Oprah Winfrey, siamo fermi alle lacrime di Armstong nella seconda parte di quanto trasmesso, ai riferimenti ai figli ai quali ha detto che “papà non va difeso perché ha sbagliato”.

Peccato che i suoi guai derivino dalle dichiarazioni sotto giuramento rese in tribunale nel 2005 in cui negava di aver mai fatto uso di sostanze dopanti, cui si aggiungono le rivendicazioni degli sponsor, in primo luogo l’amministrazione statunitense per la squadra U.S. Postal, e alcune aziende che chiedono i danni d’immagine, perché “accostate a un imbroglione che ha preso in giro il mondo per sette anni”.

Per capirci, prima di salvare la faccia presso l’opinione pubblica americana Armstrong dovrebbe badare a salvarsi dalla prigione, dove potrebbero accomodarlo per un periodo dai tre ai sei mesi. Comè accaduto, per reato analogo, a Marion Jones.

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