Bartali derubato all’esordio a Sanremo

Nel 1935 un volgare trucco del direttore della Gazzetta, Emilio Colombo, consentì il rientro degli inseguitori, poi sanzionati con 500 lire (una somma, ai tempi) per aver usufruito della scia delle auto

Alla vigilia della Sanremo mi piace ricordare un episodio singolare, dedicato a Gino Bartali, l’uomo di ferro, che scelse la classicissima di primavera come debutto, senza essere accasato ancora a una squadra. Era il 17 marzo 1935 e il ventenne atleta di Ponte a Ema non si perse d’animo. Alloggiò all’hotel Cavallino, nei pressi della sede del giornale organizzatore.

Quel giorno, per la prima volta, i corridori montavano il cambio Vittoria. Gino se lo procurò e lo montò personalmente, sacrificando l’intera notte. Andò a riposare che erano le quattro. Soltanto due ore di riposo e via, in sella fino alla partenza.

Attratto dalla presenza del suo idolo Alfredo Binda, “Ginettaccio“ pensò bene di scegliere quella ruota, anche se sul Turchino, una bufera fece le prime vittime, tra cui il 3 volte campione del mondo. Il finale della Sanremo non era quello di oggi: Cipressa e Poggio dovevano ancora essere inventati. L’ultimo trampolino di lancio era rappresentato da Capo Berta.

Gino, travolto dalla bufera di neve sul Turchino, ruppe il cambio. Ma non mollò affatto e si portò sulla ruota di Guerra, uno dei massimi favoriti di quella edizione. Ostinato e battagliero com’era, anche se giovanissimo, non si perse d’animo e continuò a spingere quel rapporto agilissimo.

Sul Capo Mele scattò una, due e tre volte. Si voltò indietro, accorgendosi di avere fatto il vuoto. Insistette e il vantaggio cominciò a salire: un minuto sul Cervo e due minuti sul Berta.

Ma chi è quel ragazzo così forte che si permette di lasciare i grandi alle sue spalle – si chiedono tifosi e giornalisti. Bàrtali o Bartàli?

A rovinare la festa ci pensò nientemeno che “el diretur”, Emilio Colombo, che lo affiancò mentre era in fuga, improvvisando una intervista e facendogli credere che ormai non l’avrebbero più ripreso. Gli chiese chi fosse, da dove venisse e quale fosse l’esatta pronuncia del suo cognome. E così Gino si deconcentrò.

Il suo vantaggio andò scemando e gli immediati inseguitori lo ripresero a sette chilometri dal traguardo. Il “mili Colombo” se la rise quando vide spuntare Gepin Olmo, Learco Guerra e Cipriani. A questo punto Gino non poteva fare più nulla. Con quel rapporto sarebbe stato impossibile azzardare una volata.

A vincere fu il più veloce, vale a dire il ligure Olmo, che quell’anno stabilì anche il record dell’ora. Bartali pagò lo scotto del noviziato ma al traguardo furono in tanti a complimentarsi con lui.

La Giuria multò di 500 lire, cifra davvero considerevole per quei tempi, i primi tre classificati, i quali avevano sfruttato la scia delle auto per riprenderlo.

E Gino, soddisfatto, conquistò anche il premio per la combattività. Da quel giorno il direttore della rosea Gazzetta divenne un amico sincero per Gino, che gli ricordò sempre quell’episodio.

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