Sei Giorni di Milano, una sera

Un incontro con Gino Bartali che risale a quarant’anni fa, nel parterre di un Palasport che la neve mise in ginocchio nel 1985

Il mio Bartali comincia due giorni dopo l’assunzione alla Gazzetta dello Sport, anno Domini 1973, quando il giornale mi spedì al Palazzo dello Sport per la Sei Giorni. C’era Ginettaccio da intervistare, lo affidarono a me non perché avessi particolari qualità (di ciclismo allora sapevo poco o niente) ma perché il noviziato aiuta, dispensa dalle figuracce. Al massimo non ti pubblicano una riga.

Lui esordì dicendomi che se volevo sapere “perché e come ‘i è tutto sbagliato, i è tutto ‘a rifare’” non sarebbe bastata la serata. Parlò pacatamente di sport, sfiorando soltanto il tema bicicletta. La voce era inconfondibile, bassa e rauca, una volta se ne scusò. Disponibile, gentile, com’era con tutti o guasi. A Firenze la “q” tende alla “g”, scivola meglio. Entro le 23 sortì un pezzo decente, pubblicato subito.

Era un monumento, Gino, ma non ci teneva. Non aveva arroganza, né in bici né in borghese. Era un cittadino italiano come tanti, forse solo più schivo.

Sono convinto che la morte di Coppi sia stata una jattura anche per lui. Dai tempi del Musichiere, quando Mario Riva li mise insieme, al solito contrapponendoli, anche chi non masticava di sport li viveva in simbiosi. Magni, per dire di uno che conta parecchio in questa storia, era sempre il terzo. Non a caso incomodo. Per capirci, Gino senza più Fausto sfumava nel ricordo. E scoloriva.

Ai miei tempi’ quella sera Bartali non lo disse mai, forse lo pensò soltanto.

Erano tempi duri ma belli, i loro, chi li ha vissuti ne ha riferito magistralmente. Mario Fossati, che mi ha insegnato lo sport, non solo il ciclismo, era coppiano dichiarato ma Gino gli portava rispetto perché lo sapeva equanime, mai fazioso.

Bartali, a dispetto di chi ne aveva fatto una macchietta, per quel suo intercalare – avesse detto erroneo nessuno se lo sarebbe filato – diceva cose sacrosante. Anche se infattibili perché il mondo è difficile da rifare quando l’hanno già guastato abbastanza.

Lo dicevano pio, Gino il Pio, con la maiuscola. Preferisco Gino il candido. Il candore è una virtù dei bambini, che scade a difetto negli adulti. Perché li espone a troppi rischi.

Gino lo ricordo ingenuo ma felice di esserlo. “Si fa fatica a pensar male”, diceva mesto.

Dimenticavo, l’intervista di quella sera al Palasport è stato il mio debutto in Gazzetta. Gino mi ha tenuto a battesimo, quella sera nel parterre, tra una “caccia” e un omnium.

Leggi anche:

Bridge - Mohan Convention (parte seconda)
Baldini il macinatore
Teppisti, il non plus ultra del calcio
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   
Commenta: