Pozzo, un omino vispo e intelligente

Il ct della Nazionale due volte campione del mondo, di cui ricorre oggi la nascita, in un Paese dotato di memoria avrebbe quantomeno meritato l’intitolazione dello stadio della sua Torino

Vittorio Pozzo avrebbe meritato l’intitolazione dello stadio della sua Torino, e invece gli hanno preferito il Delle Alpi. Vogliamo ricordarlo perché oggi, 2 marzo, è la ricorrenza della nascita, avvenuta nel lontano 1886. Coetaneo e compagno di scuola dell’avvocato Giuseppe Ambrosini, entrambi allievi al Liceo Cavour di Torino, Pozzo nasce da una famiglia umile di origini biellesi.

Il commissario tecnico (o unico per eccellenza) fu tra i fondatori del glorioso Torino Football Club, squadra nella quale militò per cinque stagioni. Dirigente della Pirelli, in occasione dei Giochi Olimpici di Stoccolma 1912, fu nominato Commissario Tecnico della Nazionale, eliminata al primo turno dalla Finlandia. Pozzo si fece da parte e tornò a lavorare alla Pirelli.

Si arruolò e divenne tenente degli Alpini durante la Grande Guerra. Alla vigilia delle Olimpiadi parigine del 1924 eccolo di nuovo al timone della nazionale pallonara. Questa volta, però, gli azzurri si classificano quarti. Sarà lui a guidare e a portare alla successo la mitica nazionale di Meazza e di Piola nelle due consecutive edizioni della Coppa del Mondo nel 1934, in Italia e nel 1938 in Francia.

A Berlino, nel 1936, sempre con la nazionale di calcio, conquistò l’oro. Capolavori inimitabili da parte di quell’omarino vispo e intelligente, che si è distinto anche come giornalista. Gli anni passano ma lui è sempre pronto a guidare la nostra nazionale, anche quando il Grande Torino, vale a dire la nazionale di allora, si schianta sul colle di Superga. Forse è l’unica volta che lo si è visto con le lacrime agli occhi, davanti a tutte quelle bare.

Sul settimanale Il Campione, diretto da Felice Borel detto “farfallino”, quando morì un altro grande mito dello sport di casa nostra, Fausto Coppi, proprio il direttore scrisse il pezzo principale. Pozzo si fece mai prendere dalle facili lusinghe del regime, pur apprezzando il fatto che i treni arrivassero sempre in orario.

Il mio amico Gian Paolo Ormezzano lo ricorda così: “Era riuscito a gestire la nazionale, che pure il regime voleva usare come strumento di propaganda, tenendola abbastanza lontano dalle pressioni e dalle tresche dei gerarchi”.

Lo stadio della sua Torino avrebbe dovuto chiamarsi “Vittorio Pozzo”. Se la memoria avesse ancora senso per qualcuno, in questo strano Paese.

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