Michael Jordan, l’ambasciatore

Tra i grandissimi del basket solo “Air” ha suscitato emozioni in ogni appassionato o curioso del gioco. E dire che da studente sembrava solo un tipo molto tonico, forte fisicamente, estremamente veloce

Inizialmente pareva solo un buon giocatore con eccellenti doti atletiche, un’ottima carriera universitaria e un titolo con North Carolina University. Nessuno avrebbe mai immaginato che avrebbe incarnato il basket nel ventennio a seguire. I Chicago Bulls, una squadra mediocre che non aveva mai vinto un titolo, nel 1984 si assicurarono le sue prestazioni e il ragazzo si fece subito notare per l’eccezionale velocità d’esecuzione e la versatilità che gli permetteva di ricoprire più ruoli.

In quel momento storico il campionato NBA era dominato dalla rivalità tra Larry Bird e Magic Johnson, tra i Boston Celtics e i Los Angeles Lakers. Proprio Bird, dopo gara 2 dei playoff del 1986 vinta dai Celtics dopo due supplementari, disse una frase scolpita nella storia del basket : «Penso sia semplicemente Dio travestito da Michael Jordan».

In quel match, al Boston Garden, Michael dimostrò che i 49 punti di gara 1 non erano stati un caso e mise a referto 63 punti, con una prestazione incredibile che ancora oggi è record nei playoff. E per capire meglio le qualità umane e atletiche di Michael Jordan basta ricordare le sue parole dopo quel match: si lamentava di aver sbagliato un tiro importante alla fine del primo overtime.

“Superman” Jordan dovette aspettare il 1991 per aggiudicarsi il primo titolo Nba, seguito immediatamente da altri due che valsero ai Chicago Bulls il three-peat, quello che chiamiamo triplice. Per te stagioni miglior giocatore del torneo.

Alle Olimpiadi di Barcellona 1992, insieme a Larry Bird e Magic Johnson, Mike da la sua impronta al favoloso Dream Team e vince il suo secondo oro olimpico. Ma dopo i tre anelli, arriva il colpo di scena: stanchezza e stress evidenti, uniti alla ormai scarse motivazioni, aggiungete la morte del padre e Michael dice basta, si ritira anzitempo dal parquet, lasciando un vuoto incolmabile nel mondo del basket.

Decide, in memoria del genitore scomparso, di tentare la strada del baseball professionistico, sport tanto amato dal padre James Jordan. Resta lontano dal basket per circa 17 mesi cogliendo risultati mediocri, ma l’esperienza gli toglie l’ansia da prestazione e ogni genere di tensione. Ricarica, insomma, le pile.

Il mondo dello sport si ferma il 18 marzo 1995 quando i Chicago Bulls annunciano il suo ritorno al basket e Michael, in una conferenza stampa affollatissima, dice soltanto:«I’m back! ». Nonostante l’entusiasmo, il finale di stagione non è dei più felici e i Bulls vengono eliminati dagli Orlando Magic ai playoff. Ma la grande determinazione e il ritorno al suo numero 23 ( abbandonato per qualche tempo per il 45 ), portano Michael a lavorare come e più di prima e ad aggiudicarsi un altro three-peat, concludendo la carriera con i Bulls con un totale di 6 titoli NBA e 6 allori come Miglior Giocatore delle Finali.

Da lì, un altro ritiro e un altro ritorno con i Washington Wizards, compagine con cui chiuderà la sua carriera non senza qualche sprazzo di altissima classe, come i 51 punti realizzati nel 2001 contro i Charlotte Hornets alla “tenera” età di 38 anni o i 43 contro i New Jersey Nets addirittura a 40 anni suonati!

Nel 1999 era stato insignito dal canale sportivo ESPN del titolo di più grande atleta nord-americano del XX secolo.

Michael “Air” Jordan lascia definitivamente il basket nel 2003 con una serie incredibile di record : 10 volte miglior marcatore NBA, 5 volte MVP dell’anno e 6 delle Finals, 2 volte vincitore della gara delle schiacciate, 1 titolo di miglior Difensore dell’anno e, soprattutto, la miglior media punti in stagione regolare con 30,12 punti a partita, leggermente superiore a quello del mitico Wilt Chamberlain.

Dal 2010, Jordan è il proprietario dei Charlotte Bobcats. Ancora oggi è il più grande ambasciatore del basket in ogni angolo del pianeta.

di Paolo Avella

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