Il calcio è migliore di quel che appare

Lo afferma Damiano Tommasi, presidente dell’Aic, con il quale abbiamo parlato di mobbing, razzismo, scommesse e altre amenità

Con Damiano Tommasi, presidente dell’Associazione italiana calciatori e consigliere del Coni, abbiamo chiacchierato a lungo, muovendo dalla sorprendente elezione di Giovanni Malagò a presidente dell’ente. Se l’aspettava? “Neanche un po’, sembrava che la competizione non avesse storia, che Pagnozzi, erede designato di Petrucci, avesse vita facile. L’elezione di Malagò denota un forte desiderio di cambiamento, una gran voglia di discontinuità rispetto al passato”.

Cosa ci può dire sui pronunciamenti pre-elettorali di Malagò, convinto di non volere il calcio nella Giunta Coni (Abete è entrato per il rotto della cuffia, ultimo dei votati utili; ndr)? “La mia stessa presenza nel Consiglio del Coni testimonia che il calcio è vissuto come una risorsa, non come uno sport condizionante, di diverso peso rispetto agli altri. Noi siamo a disposizione dello sport italiano. Mi rifaccio anche alle espressioni lusinghiere espresse da Malagò nei miei confronti. Non credo volesse celebrarmi. In ogni caso io opero a favore del calcio, non per me stesso”.

Veniamo ad alcune parole chiave: partiamo dal mobbing, dalle emarginazioni che alcuni giocatori, soprattutto delle serie inferiori, subiscono. “Di quelle la gente non si cura, perché assimila il calcio a quel ridotto numero di soggetti che guadagnano milioni di euro. Secondo i tifosi questi giocatori, proprio perché sono privilegiati, non avrebbero diritti, dovrebbero starsene buoni e zitti, magari felici di guadagnare anche se non giocano, se fanno panchina o addirittura finiscono in tribuna. Il mobbing emerge nelle circostanze più vistose, il caso di Scheiner con l’Inter, e siamo nelle situazioni di un trasferimento difficile, perché il calciatore lo rifiuta. Poi questi casi si risolvono, con qualche lacerazione nei rapporti”.

“Diverso e decisamente peggiore è il caso delle serie inferiori dove la situazione è delicata: il mobbing è più frequente ma generalmente non è noto, perché per primi i giocatori non lo denunciano, temendo ritorsioni e rappresaglie. Altrove, insomma, capita che si chieda il rispetto totale e incondizionato dell’articolo 7 dell’accordo collettivo di lavoro per il quale il giocatore, essendo un dipendente, è a disposizione della squadra e non può sottrarsi ai suoi obblighi. Salvo infortuni è chiamato ad allenarsi, ma lo si può porre ai margini, negargli lo stipendio oltre a parlarne male, come succede in modo da pregiudicare anche la sua carriera”.

A proposito, lei come ha vissuto il caso di Simone Farina, il giocatore che rifiutò una combine e poi è finito ai margini, costretto a 30 anni a lasciare il calcio giocato, ad andarsene in Inghilterra? “Per me Simone è una brutta pagina per il calcio italiano, che avrebbe dovuto tenerselo stretto. Farina non ha fatto niente di eroico, non è uscito dal coro, ha semplicemente agito secondo coscienza. Sono contento che abbia trovato lavoro all’Aston Villa, in Inghilterra, dove insegna ai ragazzi i valori dello sport. Ce n’è bisogno”.

Cori o manifestazioni razzistiche nel calcio. Il caso Boateng ha fatto saltare il coperchio? “Qui bisogna fare attenzione. Le prese di posizione sono lodevoli, non contesto la scelta di Allegri di ritirare la squadra, rimango fermo al fatto che le regole per contrastare i fenomeni di razzismo esistono, bisogna solo farle rispettare. L’arbitro di rivolge al quarto uomo che dialoga con il responsabile dell’ordine pubblico, la partita viene momentaneamente sospesa e tramite altoparlante si comunica all’intero stadio che sarà sospesa definitivamente in caso di ulteriori intemperanze del pubblico”.

Non sembra, ci perdoni, che i provvedimenti del caso vengano adottati con rigore. La discrezionalità impera, non trova? “Sospendere una partita ha dei riflessi importanti sull’ordine pubblico, il calcio è una gigantesca cassa di risonanza, alcuni interpretano gli sfottò come un gioco, altri usano lo stadio come un’opportunità politica. Lo stadio è un pentolone dove tutto ribolle e talvolta sfoga malamente. Gli striscioni inopportuni vengono rimossi, le società vengono multate ma il deterrente delle sanzioni non è efficace, al momento”.

Gli hoolingans nel Regno Unito li hanno messi in condizione di non nuocere. “Vero, ma il discorso inglese è da approfondire, perché meglio della repressione c’è sempre l’educazione. Ci vuole tempo, quello che a noi spesso manca”.

Lei sogna una situazione tipo Stati Uniti dove la gente va allo stadio per tifare e basta, e mai contro? “Sono espressioni di un’altra cultura, loro sono accomunati da una bandiera, hanno superato con una guerra le loro divisioni più aspre, noi abbiamo troppe vicende che ci dividono, a partire dagli individualismi. Mi permetto peraltro di segnalare che a Verona, quando gioca il Chievo, non succede mai nulla. Un po’ diverso è il caso dei tifosi dell’Hellas”:

I Daspo, i provvedimenti di allontanamento dallo stadio dei facinorosi per un periodo più o meno lungo, forse andrebbero moltiplicati. “Sono d’accordo”

Veniamo al nero dei compensi, alle scommesse, alle partite truccate. Ce n’è per tutti i gusti. “Molte di queste piaghe, che tali sono, sono figlie del Sistema Paese. L’evasione fiscale, l’elusione non sono una storia esclusiva del calcio, così come il riciclaggio di denaro sporco che lo sport, in molte sue attività, consente allegramente. La criminalità organizzata non guarda alle regole, ne ha di proprie. Quanto alle scommesse illecite, non sono un fenomeno italiano, purtroppo sono trasversali, chi si occupa di traffici di ogni genere, mi riferisco in particolare a Laudati, che è fior di magistrato, sa bene quanto il sistema delle scommesse dia profitti maggiori del traffico di droga.

Non se ne esce, insomma? “Il problema del gioco, della scommessa, è insito nell’uomo e nessuno pensa di negarlo. Il gioco non a caso è stato regolamentato, ha le sue regole. Il problema sono gli illeciti, le partite truccate, ma credo che manipolare più risultati significhi entrare in un circuito molto pericoloso, dove si rischia la vita. Spero che i calciatori abbiano colto questo aspetto. Chi tra loro ha sbagliato è già stato punito o presto lo sarà, su questo non ho dubbi”.

Torniamo all’educazione dei calciatori. Come indurli a comportamenti sani? “Proponendo loro le devianze e le conseguenze. Abbiamo realizzato un video di 13 minuti rivolto a tutti i professionisti. Stiamo parlando di oltre 12mila persone. L’hanno visto tutti. L’unica chance è fare cultura”.

Un suo augurio, in chiusura di chiacchierata

“Mi piacerebbe che si tornasse a parlare un po’ più di calcio, nel senso del gioco. O di pallone, come si diceva una volta. Non ne posso più del gossip e del resto”.

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