Marco, solo con le sue ombre

Sono trascorsi nove anni dalla morte di Pantani e c’è chi continua ad approfittare del suo nome con accostamenti impropri. Una modesta proposta: lasciamolo in pace

foto: Roby Schirer

Aveva ragione Zibi Boniek, uno sportivo come ne vorremmo altri, il giorno dopo la morte di Marco Pantani. Invitato a Quelli che il calcio, dove evidentemente non si poteva fare a meno di parlare del fattaccio, dopo aver ascoltato le idiozie di Massimo Giletti e altri che, senza vergogna, davano giudizi a caso su Pantani, visto in tv o letto sui giornali, l’ex-giocatore polacco ebbe a dire una sola frase: “È morto, lasciatelo in pace”.

L’appello è caduto nel vuoto, non solo quel giorno. Di Marco hanno parlato e scritto quasi tutti, la gran parte a sproposito. Si sono sprecati articoli, testimonianze (anche dal nulla), volumi più o meno documentati, celebrative collane video. Pantani era un business da vivo, lo è stato anche da morto. Lo è tuttora a dispetto di chi, in particolare chi gli era vicino (in corsa, non nella vita), ha cercato di proteggerne la memoria.

Soprattutto i romagnoli, ne ha avuti parecchi in squadra, si sono spesi per lui, anche se ogni tanto li torchiava, si infuriava con loro. Per sentirsi “come a casa” Marco rifiutò una montagna di soldi – glieli offriva Mapei – e si accasò con Mercatone Uno. Per trovare un ambiente familiare, dove non si discuteva chi fosse il numero uno, mentre altrove sarebbe stato una figurina pregiata nell’album di patron Squinzi.

Decisivo in quella scelta fu Luciano Pezzi, romagnolo di Imola, capace di ascoltare e far ragionare anche un tipo come Marco, spesso vittima delle sue intemperanze. Un uomo di principi solidi, Pezzi, che richiamò sempre, sinché fu in vita, Marco alle sue responsabilità. Con garbo. Diceva “secondo me …” e poi motivava, senza mezze parole.

Nelle fragilità di Marco, nelle sue insicurezze, nelle ombre che si affastellavano nella sua testa, Pezzi era entrato con facilità. Era credibile, sapeva di ciclismo e di vita, lo consigliò per il meglio, perché i campioni soffrono di solitudine. Per egoismo innato, perché stentano a riconoscere i meriti altrui, di un rivale o di chi ti sta a fianco.

I campioni nascono vincenti ma non sono mai appagati. Marco era certamente un super, pur nei limiti di un fisico portato a eccellere solo in salita. Migliorò in discesa, quello è mestiere, ma con le sue leve, il peso ridotto, non poteva giocarsela a cronometro. In volata era fermo.

Il destino degli scalatori è quello di consegnarsi all’impresa. Ne fece ben due, in un week end, nel 1994, quando staccò tutti a Merano e poi all’Aprica, al debutto del Mortirolo al Giro d’Italia. Quel Giro lo vinse Berzin, che andava decisamente troppo forte.

Gli scalatori si arrendono ai loro limiti, a meno di incontrare chi li induca a riflettere sui possibili margini di miglioramento, in funzione delle corse a tappe. Si comincia con gli allenamenti diversificati, l’alimentazione supportata, si finisce nella farmacologia. Da sempre circolano nel ciclismo medici compiacenti, sedicenti allenatori e stregoni di ogni genere e passaporto.

La tristezza è che scivoli lungo un piano inclinato senza avvertire i rischi cui vai incontro. E nessuno pagherà con te o per te. Alla gogna, se non peggio, finiscono solo gli atleti. I “figuri” la passano sempre liscia.

Se, nel frattempo, te ne capitano di ogni genere, trovi un Suv nel finale della Milano-Torino 1995, o peggio un gatto che traversa la strada nella discesa del Chiunzi al Giro del ’97, se finisci spesso in ospedale, magari con interventi che rimettono in sesto una gamba plurifratturata, poi più corta dell’altra, sembri calamitare le sfighe.

Eppure ricordo una serata dalle parti di Camaiore, alle Pianore, quando a Pantani diedero un premio, l’Arco d’Oro, augurale per chi avesse subito un grave infortunio. Era l’estate del 1997. Una serata di chiacchiere in libertà, in cui Marco mostrava le sue fragilità esibendo anche la voglia di riemergere, ancora una volta. “Ogni tanto mi viene in mente che l’adolescenza è volata via nei sacrifici che la bici impone. Sai quanto volte ho invidiato gli amici che andavano a fare le baraccate (i bagordi) e io, invece… niente. Mi rifarò più avanti, prima devo fare a modo mio, risorgere per l’ennesima volta”.

L’anno dopo Marco vinceva Giro e Tour, il secondo mentre infuriava l’affaire Festina, con un nugolo di gendarmi che sequestravano di tutto, in corsa e nelle auto dei “famigli” dei corridori. Cercavano prodotti dopanti, mai avrebbero potuto indagare su quello che non era noto, non era in elenco.

Marco allora aveva tutti ai suoi piedi, soprattutto chi gli diceva che nessuno mai gli avrebbe torto un capello: “Sei il ciclismo, nessuno può farti del male”.

Le ombre, mai allontanate, tornavano solo in sonno. Un dramma dei campioni ciclisti, comune a molti, è quello di risvegliarsi nelle condizioni del passato, senza un soldo e provati dalla vita. Se poi pensi che il cerchio si potrebbe stringere, fatichi anche a prendere sonno.

Lo tsunami lo conosciamo, succede nel 1999, a Madonna di Campiglio, quando i consiglieri d’accatto che lo circondavano lo indussero ad atteggiarsi a vittima di un complotto. Avrebbe potuto star fermo 15 giorni, in conformità alle regole di allora “per la tutela della salute”. E ricominciare, scusandosi per il “disguido”.

Dopo di allora Marco si è solo accompagnato alle sue ombre, circondato da approfittatori, sostanzialmente sempre più solo.

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