Il gioco e lo sport, allora in oratorio

Che fine hanno fatto gli oratorii? Con due “i” per non confonderli con il plurale di oratore, che è tutt’altro anche se i sacerdoti, soprattutto i salesiani, erano prodighi di parole…

Al mio paese, Comacchio, l’oratorio salesiano è stata la seconda famiglia per migliaia di bambini. Nel 1950 don Mondini aveva invitato il suo amico Gino Bartali. Frotte di ragazzetti lo seguirono in giro per la città, tra ponti e canali, e lui a conversare con tutti, da buon toscanaccio. Ricordo i tornei infiniti di calcio, le corse podistiche, i lanci, i salti e l’Olimpiade del ragazzo, che un sacerdote aveva inventato alla fine degli anni ’60.

Poi , il vuoto. Anche quell’oratorio ha chiuso i battenti e al suo posto oggi sorge un circolo per anziani. Da regno prediletto per una moltitudine di bambini a spazio per poche decine di nonni.

Eppure in quell’oratorio, a pochi passi dal Duomo, sono nati e cresciuti i futuri calciatori di quella Comacchiese che è arrivata dal nulla alla Promozione. La passione e l’amore per lo sport, inteso come autentica vocazione, è stato insegnato da quei sacerdoti, che si sono sempre ispirati agli insegnamenti di don Bosco. Anche la via dove sorge l’oratorio era intitolata a lui.

Agli inizi del Novecento, ad inaugurare l’oratorio venne nientemeno che don Rua, allievo prediletto del Santo dei bambini. Quei bambini poveri che trovavano pane e companatico. La fede nei valori cristiani si accompagnava alla fede nelle cose semplici. E il pallone era l’oggetto del desiderio di molti, che si sbucciavano allegramente stinchi e ginocchia ma che rincasavano felici e contenti.

Dalla strada la partita si trasferiva nel cortile dell’oratorio. Le sfide si moltiplicavano. E gli stessi sacerdoti si facevano coinvolgere, diventandone promotori e protagonisti.

Ricordo un prete, certo don Tiziano, che tutte le mattine comprava la Gazzetta. Io la andavo a recuperare nel cestino.

Era un sacerdote strambo, un po’ pazzo. Nessuno come lui sapeva farsi prendere dalla partita. Qualche volta l’ho sentito madonnare. Voleva sempre vincere. E finiva per perdere.

Una volta chiuso l’oratorio, per i bambini gli spazi per il gioco si sono ristretti. Un tempo c’erano i prati, sostituiti da enormi colate di cemento. Per calciare un pallone dovevi tesserarti alla locale società calcistica, oppure frequentare quei rari spazi verdi che trovavi in periferia.

Se penso al cortile di casa mia e a quel fazzoletto di terra 20 metri per 9, non posso non provare felicità e nostalgia. Si vinceva o perdeva 20 a 15. Si giocava alo sfinimento. Spesso la palla finiva nel canale retrostante ed erano dolori. Una volta il pallone colpì la testa di un vecchio che, seduto sulla sua barca, stava facendo i suoi bisogni. Scoppiò il finimondo e addio pallone.

L’oratorio era più sicuro. Ma anche l’oratorio ha fatto la fine del manicomio e dei bordelli. Ne sono rimasti ben pochi. Forse perché i bambini sono sempre meno. E anche i preti.

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