110, le vélo non deve morire

Il Tour de France, il terzo evento sportivo mondiale in quanto a popolarità e a seguito (dopo Olimpiade e Mondiali di calcio), si appresta a festeggiare il centodecimo compleanno

Il Tour de France nacque nel 1903 dalla fervida mente di Henri Desgrange, giornalista-ciclista che, nel 1893, divenne il primo primatista del record dell’ora, pedalando al mitico velodromo Buffalo di Parigi, a Porte Maillot, a una media di poco superiore ai 35 all’ora.

Peccato davvero che un avvenimento così importante e ricco di storia sia stato fortemente penalizzato dai recenti fatti legati all’affaire Armstrong. Era bello scorrere il suo albo d’oro secolare e leggere in perfetta sequenza i nomi dei grandi campioni che hanno fatto la storia di questo sport, da Garin a Contador, passando per Bottecchia, Bartali, Coppi, Bobet, Anquetil, Merckx, Gimondi, Hinault, Indurain.

Dal 1999 al 2005, sul nome di Armstrong hanno tirato una riga. Depennato. Cancellato miseramente. E allora, cosa significa? D’accordo per le due pause “belliche”, ma adesso come la mettiamo? Rimarranno sette edizioni, come dicono, senza vincitore o si troverà un’altra soluzione, premiando il secondo classificato?

Staremo a vedere.

Al Tour dobbiamo comunque alcune delle pagine più belle del ciclismo, il Giro di Francia ha rappresentato anche un importante pezzo di storia per il nostro Paese. Un episodio su tutti: l’attentato a Togliatti, mitigato dalle gesta di Bartali al Tour 1948, che gli valsero la maglia gialla.

E come non ricordare quel gesto simbolico, entrato nell’immaginario collettivo, del passaggio della borraccia (in realtà una bottiglia) tra i due grandi rivali Coppi e Bartali. E, andando indietro nel tempo, il primo italiano a vincere la Grande Boucle (il Grande Ricciolo, per la fisionomia della Francia, percorribile in senso orario o al contrario) Ottavio Bottecchia e la sua misteriosa, tragica fine.

La corsa ciclistica più importante del mondo colpita a morte. Non ci voleva proprio.

Anche se, a proposito di morte, il Tour ha fatto le sue vittime. Prima fra tutte, quell’indimenticato 13 luglio 1967, Tommy Simpson, il “baronetto” inglese, che lungo le aspre e terribili rampe che conducono in cima al Ventoux, stramazza a terra, si rialza e precipita nuovamente sena dare segni di vita. Vittima di un cocktail mortale, si disse e si scrisse: alcol più anfetamine.

Al Tour si è celebrato spesso il trionfo della narrativa, da Albert Londres,, impareggiabile inventore dell’inchiesta, perito nel rogo di una nave, a Roland Barthes.

Narrativa, poesia, storia, gastronomia. Gli ingredienti ci sono tutti. Un giallo nel giallo. Ne sa qualcosa il mio amico Gianni Mura, che non vede l’ora di staccare col calcio dei ricconi per farsi il suo mese al Tour.

In fondo, nonostante tutto, il Tour non è soltanto la corsa ciclistica più seguita. Non è soltanto ciclismo e nemmeno sport. È la Francia, con la sue miserie e la sua grandeur. Con le sue contraddizioni. Con quelle feste infinite al passaggio dei corridori. Con i suoi agguati mortali. Con i suoi grandi entusiasmi.

Chi ama il ciclismo non può non amare il Tour. Noi italiani non siamo sciovinisti come i cugini transalpini. Anche se il Giro ci appartiene,  portiamo grande rispetto per quella che a ragione viene considerata la più importante gara a tappe del mondo.

Una corsa lunga più di un secolo e che di secoli, ce lo auguriamo tutti, ne vedrà ancora.

Leggi anche:

Benvenuto Cellino
La voglia matta di Matteo Manassero
In onore di Hughes, un grande del cricket
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   
Commenta: