La catarsi e la sbronza

Un grande giornalista come Ormezzano raccontato da un altro amico, Boccaccini, che ne ha familiarità da oltre 40 anni

Di Gian Paolo Ormezzano ho letto cose lusinghiere dell’altro Gian Paolo, Bonomi, che non conosco. Però Ormezzano è più che un amico, è l’Amico con la maiuscola. Una storia fraterna, sbocciata il 31 maggio 1970. Avevo 17 anni e una passione sfegatata per il ciclismo. Lui seguiva quel Giro, il secondo dei cinque vinti da Merckx, e nella tappa di Faenza, proprio il 31 maggio, giorno d’inizio dei Mondiali di calcio messicani, mi feci trovare nei pressi dello stadio intitolato a Romeo Neri, indimenticato giocatore granata. Per un tifoso del Torino come Gian Paolo era il massimo. Ma anche per me, una giornata speciale.

Mi ero procurato un registratore portatile. Prima di partire, con amici e fratelli, avevo preparato alcune domande da sottoporre anche ai giornalisti. Tra questi non poteva mancare il mitico Gian Paolo, che Ermanno Mioli, compianto giornalista e amico di Stadio, aveva soprannominato Gian “Pazzo” Ormezzano.

Ricordo ancora quelle domande e quelle risposte. Sul grande Eddy Merckx disse che bisognava vestirlo, non più di rosa, ma di altri colori. E sulla pazzia da mondiale di calcio, rispose che il suo augurio era quello che per l’Italia andasse… male.

“Cercate di interpretare al meglio – spiegò – se vincessimo la Coppa Rimet ci crederemmo i più forti del mondo. Sarebbe per noi quasi una ubriacatura. Ecco, io preferisco la catarsi alla sbronza”.

Pochi giorni dopo scrissi a Ormezzano ricordandogli quella chiacchierata. Da lì è nata una amicizia che dura da quasi 43 anni. La sua casa torinese è un po’ la mia seconda casa. Anche quando fu “condannato” a fare il direttore di Tuttosport, dal 1° agosto 1974 al 7 aprile 1979, Gian Paolo mi è stato sempre vicino. Lui direttore e io scudiero sull’auto del quotidiano torinese al seguito della settima Sanremo vittoriosa di Eddy Merckx. Lui, sul sedile posteriore, a pigiare su quei tasti, fin dalla partenza dal Castello Sforzesco, io davanti come se fossi il direttore. Tra due ali di folla, sentivo solo le urla dei tifosi che inneggiavano a lui, a Gpo.

Era il giorno canonico della classicissima di primavera, il 19 marzo, San Giuseppe. Volle sapere chi erano i corridori a nome Giuseppe. E così iniziò il suo lungo articolo, o meglio uno dei suoi numerosi articoli. L’autista si chiamava Coletto ed era fratello di quell’Agostino, detto “Tino”, terzo al Giro d’Italia del 1956 (quello del Bondone).

Con Gian Paolo ho vissuto giorni indimenticabili, al seguito del Giro e nella sua e un po’ anche mia Torino (nel capoluogo piemontese sono emigrati a centinaia da Comacchio per trovare lavoro e si era formato un sorta di quartiere dei comacchiesi).

A Natale del 2011 ero suo ospite a Torino. Una autentica preziosità. La sera della vigilia con i suoi famigliari. Il giorno di Natale in giro per la città deserta. La visita al museo del Risorgimento e al museo Egizio. E poi tante ore a parlare del suo passato, di giornalisti, di eventi sportivi, di gastronomia, di tutto.

L’ho sempre detto. Umile, geniale, onesto, divertente. Non è soltanto l’unico giornalista al mondo ad aver seguito il maggior numero di edizioni di giochi olimpici estivi e invernali (da Roma 1960) ma anche, per me, un tuttologo che ha creato un giornalismo nuovo, giocato sulle parole, mai scontato, soprattutto senza atteggiarsi a oracolo. Sdrammatizzando il più possibile, senza mai prendersi sul serio.

L’aneddoto che continua a farmi divertire si riferisce all’intervista fatta a un gregario dell’epoca di Gaul e Anquetil: Antonino Catalano. Al Giro del 1959,  a sorpresa Catalano vinse una tappa a cronometro, forse l’unica gara della sua vita. Ai giornalisti che gli chiedevano una sua dichiarazione a caldo, lui rispose: “sono contento di aver battuto anche Baldini, anche Van Looy, anche Gaul, anche…til”.

Grande, grandissimo Gian Paolo.

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